
di Joseph Conrad
Recensione di Marco Lucchesi
La linea d’ombra, ovvero mito moderno del passaggio dalla giovinezza alla maturità
Quel libricino è rimasto lì per chissà quanto tempo. Un’edizione semplice ma rispettabile, con due belle introduzioni per giunta. Vi ho scorso sguardo e dita almeno una volta al mese per anni, preferendogli sempre un’altra lettura, senza spiegarmi il perché: un autore così celebre, un classico della letteratura, con quel titolo così affascinante. L’ho lasciato a prender polvere per anni, senza mai smuoverlo dal suo posto, proprio come si fa col buon vino. Però ovviamente il libro non aveva alcun bisogno di invecchiare, di maturare – ma qualcun altro sì. Mi piace pensare che sia stato proprio lui a suggerirmi di avere pazienza, ma forse, molto più semplicemente, qualcuno me ne parlò da ragazzo, o magari un giorno andai a curiosarne la trama, a leggerne le prime pagine – in ogni caso da allora venne impresso un imperativo nella mia vorace curiosità letteraria: non leggere La linea d’ombra fino a che non sarai tu a doverla varcare.
Joseph Conrad aveva sessant’anni quando scrisse The shadow line: A confession. E infatti il romanzo, uno degli ultimi, ha il respiro dell’esperienza raccolta, maturata e infine restituita, o meglio, confessata, come specificato nel titolo originale. Ma quali sono le caratteristiche di una confessione? Intanto è pubblica, rivolta ad ognuno di noi, e infatti il tema principale dell’opera attraversa le culture, i continenti e le epoche; un altro aspetto fondamentale è la sua natura intima. E Conrad, che trascorse in mare quegli anni cruciali tra la giovinezza e la maturità, non poteva lasciar sgorgare dal profondo di sé altro se non una storia di marinai – senza grandi battaglie, isole del tesoro o mostri degli abissi – che si trovano a fronteggiare il mare immenso, imperscrutabile e spietato. Così come è il destino, per chiunque.
Ma prima di tutto l’autore ci invita a metterci comodi e, in uno degli incipit più memorabili della letteratura, ci chiarisce subito il senso del titolo e dell’intero romanzo:
“Solo i giovani hanno di questi momenti. Non parlo dei giovanissimi. No. I giovanissimi, per essere esatti, non hanno momenti. È privilegio della prima gioventù di vivere in anticipo sui propri giorni, in tutta una bella continuità di speranze che non conosce pause né introspezione. Ci chiudiamo alle spalle il cancelletto della fanciullezza – ed entriamo in un giardino incantato. Qui perfino le ombre risplendono di promesse. Ogni svolta del sentiero ha le sue seduzioni. E non perché sia una terra inesplorata. Sappiamo fin troppo bene che tutti gli uomini sono passati di qui. È il fascino di un’esperienza universale da cui ci attendiamo sensazioni non comuni o personali – qualcosa che sia solo nostro. Andiamo avanti eccitati, divertiti, riconoscendo i segni lasciati intorno a noi da chi ci ha preceduti, accettando insieme la buona e la cattiva sorte – le rose e le spine, come si suol dire – il pittoresco destino che riguarda tutti gli uomini e che riserva così tante possibilità ai più meritevoli o, forse, ai più fortunati. Sì. Andiamo avanti. E anche il tempo va avanti – fino a quando distinguiamo di fronte a noi una linea d’ombra che ci avvisa che bisogna lasciarsi alle spalle anche la regione della prima giovinezza. È il periodo della vita in cui possono capitare di quei momenti che ho accennato. Che momenti? Ebbene, momenti di tedio, di stanchezza, di scontento. Momenti di irriflessione.”
Cosa rende classica un’opera? Secondo il modesto parere di chi scrive è la capacità di parlare a chiunque, a decenni o secoli di distanza, e aiutare a capire qualcosa in più di sé stessi e, se possiamo sbilanciarci, del senso della – inteso come direzione da dare alla – propria esistenza. Proprio ciò che accade fin da queste prime righe, grazie alle quali possiamo ripercorrere le fasi del nostro stare al mondo, iniziando col reimmergerci in quell’antica sensazione di continuità tra le meraviglie dell’esperienza e della fantasia, tipica di quell’epoca in cui passato, presente e futuro si intrecciavano l’uno nell’altro, quando il tempo non solo non era una preoccupazione, ma in fondo neanche qualcosa di così importante.
A un certo punto – a parte per pochi, quelli che un giorno verranno chiamati, a seconda dei casi, folli o profeti – la realtà si fa più tangibile, e le esperienze si separano dai sogni. Iniziamo solo allora a dare valore al tempo, percepito quasi sempre come un alleato, e a sistemare i fatti e le esperienze sulla linea da lui tracciata nel suo instancabile incedere. Il nostro occhio è rivolto al futuro, generoso dispensatore di meravigliose promesse e sogni, e sempre lì, a un passo, ad allettarci e rassicurarci.
Ma poi interviene qualcosa a frapporsi tra noi e i nostri sogni. In alcuni casi è un evento, la maggior parte delle volte una serie di cambiamenti, ma il risultato è sempre lo stesso: tutto ciò che era chiaro e sicuro diventa incerto e complesso, oppure banale e poco interessante, altre impossibile, o con risvolti oscuri, pericolosi. Intorno a noi viene a crearsi una voragine, una linea d’ombra capace di separarci da ciò che eravamo, dal modo in cui vedevamo il mondo, ma soprattutto da ciò che ci aspettavamo dal futuro. Iniziamo a fare i conti con la realtà e a capire come tutto abbia un peso, da gestire e sostenere. Questa è la stagione del disincanto e, di conseguenza, della frustrazione, del dolore e della ribellione. La realtà si impone in tutta la sua spietatezza e inevitabilità e, se proviamo a ignorarla o respingerla, essa punta i piedi, si ribella. E rischia di far male sul serio.
È proprio qui che incontriamo il protagonista del romanzo, un giovane ufficiale di marina – di cui non conosceremo mai il nome – di servizio su una nave nei mari d’Oriente. Egli sta attraversando il passaggio dalla giovinezza all’età adulta: è disilluso, frustrato, e niente per lui sembra aver più alcun senso né interesse. Decide di abbandonare – apparentemente senza motivo – la nave su cui sta prestando servizio, con l’intenzione d’imbarcarsi il prima possibile per tornare a casa. La sua decisione non viene capita (né lui, effettivamente, cerca di fornire qualche spiegazione), e ciò non fa che accrescere il senso di disgusto del protagonista, la sensazione di inutilità e vuoto legati a quei diciotto mesi di servizio in mare, e la volontà di porvi termine il più in fretta possibile.
Ecco alcuni degli elementi ricorrenti in quest’epoca tormentata: la frustrazione, le scelte radicali e spesso di rottura, la sensazione di insensatezza, vuoto e isolamento, la ribellione nei confronti delle gerarchie e il desiderio impellente di romperle o liberarsene, e, non ultimo, il rifugio nel passato – in questo caso simboleggiato dal nido natale a cui fare ritorno.
Il giovane protagonista, in attesa di una nave per poter far ritorno in Inghilterra, decide di soggiornare alla Casa dell’Ufficiale, diretta dal “capo cambusiere”, uomo perennemente stanco e scontento. Uno dei motivi alla base del suo malumore è Hamilton, un primo ufficiale presuntuoso ed arrogante che soggiornava spesso nella Casa senza pagare. Un altro inquilino è Giles, un esperto di rotte poco conosciute, il quale alla prima occasione cercherà di farsi confidente e consigliere del nostro protagonista, procurandogli in realtà fastidio e imbarazzo. Ma questi infine, data l’insistenza di Giles, decide di interrogare il capo cambusiere riguardo una lettera giunta quello stesso mattino. Il giovane ufficiale scopre in questo modo la verità: un grande veliero era rimasto senza comando, e la capitaneria di porto stava cercando di contattare proprio lui per farne il capitano, ma il capo cambusiere aveva deciso di tenerlo allo scuro e di mandare avanti Hamilton, con la speranza di sbarazzarsene. Il giovane si imbarcherà la sera stessa su un piroscafo diretto a Bangkok – dove si trovava ormeggiata la nave – colmo di gioia e grandi speranze.
Riflettiamo un attimo su questo: una nuova, grande possibilità arrivata in un momento di profonda crisi. Non accade solo nelle storie raccontate nei libri, o al cinema – quante volte vi è successo, quante volte ve ne hanno parlato? Forse non è qualcosa di inevitabile, ma di certo comune, e non saremmo né onesti né furbi a parlare di semplice coincidenza. No, a mio avviso c’è una ragione, molto banale a dire il vero: ci sono periodi della vita – a volte vite intere – in cui procediamo a testa bassa; forse facciamo così perché intuiamo che ad alzare la testa rischieremmo di mandare a monte la nostra rassicurante normalità, la nostra immagine, la nostra identità – e ne abbiamo una paura terribile. Ma se trovassimo il coraggio di liberarci da paraocchi e paraorecchie, probabilmente ci renderemmo conto che a lasciare il vecchio tracciato non ci sentiremmo poi così persi, perché di strade se ne srotolano innumerevoli, e ognuna di esse, a saper ben guardare e ascoltare, può svelarci qualcosa di più sul mondo e su noi stessi, e insegnarci a liberarci di inutili e dannose maschere, targhe ed etichette.
Ma andiamo avanti.
Al nostro protagonista viene quindi data l’occasione di realizzare il suo sogno senza i lunghi anni di gavetta solitamente necessari. Egli vi si lancia con l’ingenuo entusiasmo tipico della gioventù, anche se deve prima avere a che fare con due personaggi meschini, incarnazioni tipiche di chi non è riuscito ad attraversare quella zona d’ombra, rimanendo schiavo delle proprie debolezze (l’inedia del capo cambusiere) e aspirazioni (la superbia del primo ufficiale Hamilton). Ma questi non sono altro che un assaggio delle difficoltà che il giovane capitano, una volta imbarcato, dovrà affrontare.
L’incontro con il primo ufficiale Burns proietta subito un’ombra sulla storia della nave e nell’animo del protagonista. Egli racconta infatti come l’ultimo capitano, deceduto da poco, avesse dato negli ultimi mesi chiari segni di squilibrio, ordinando infine di giungere a Singapore in condizioni impossibili. Nonostante gli avvertimenti di Burns il capitano era stato irremovibile, fino a che, sull’orlo della tragedia, era stato convinto a cambiare rotta, in direzione del porto più vicino. Di lì a poco le sue condizioni di salute erano peggiorate drammaticamente, ma prima di morire aveva lanciato una maledizione sulla nave e sul suo equipaggio, odiati in maniera tanto profonda quanto incomprensibile.
Presto inoltre sorge un problema burocratico che impedisce per diversi giorni alla nave di lasciare il fiume su cui è ormeggiata. Nel frattempo il giovane capitano si prende cura dell’equipaggio, molto provato e in precarie condizioni di salute, ma composto di uomini di valore ed esperienza. Nonostante il medico della delegazione visiti gli uomini quotidianamente, la prolungata attesa e il clima torrido fanno ammalare diversi marinai, tra cui Burns, e quando infine la nave è pronta a partire, il giovane capitano non vuole ascoltare il consiglio del medico di attendere l’arrivo di un altro primo ufficiale, e darà ordine di partire.
Le speranze del protagonista di lasciarsi alle spalle la cattiva sorte verranno subito tradite: arrivati in mare aperto la bonaccia impedirà al veliero di praticare qualsiasi rotta, e le febbri continueranno a colpire i marinai. Il capitano e il cuoco, Ransome, saranno gli unici a non contrarre il malanno, mentre febbre e bonaccia continueranno a perseguitare la nave. La situazione precipita quando il protagonista scopre che la maggior parte della scorta di chinino, unico rimedio contro la febbre tropicale, era stata razziata – con ogni probabilità dal vecchio capitano – e sostituita con un composto simile, ma assolutamente inutile.
Cerchiamo di riannodare tutti questi fili tra eventi, personaggi, colpi di fortuna e sfortuna fuori dal comune. La linea d’ombra non è un semplice romanzo di formazione, ma un’opera profondamente simbolica, a cui potremmo conferire la valenza di mito moderno: il protagonista è l’eroe che deve superare una serie di prove per poter diventare più forte e consapevole, ogni elemento o personaggio è metafora di qualche cosa d’altro, e la narrazione nel suo insieme vuole trasmettere una verità universale.
Seguendo questa chiave di lettura possiamo individuare una delle metafore più evidenti nel legame tra la vita e il viaggio per mare, e in particolare quello così difficoltoso, pieno di incertezze e sorte avversa che il nostro protagonista deve affrontare: la bonaccia (simbolo al contempo della superiorità della natura rispetto al nostro volere e della condizione di frustrazione e rassegnazione che questa sensazione di inferiorità spesso genera), la quale non permetterà alla nave, e con questa ai sogni del protagonista, di prendere il largo; la malattia, simbolo del limite della forza e della condizione umana, che metterà in gran difficoltà l’intero equipaggio; la presunta maledizione sulla nave e soprattutto il furto di chinino da parte del vecchio capitano rimandano invece al peso delle cattive eredità della storia con cui siamo costretti, nostro malgrado, a fare i conti.
Il protagonista, oltre alla bonaccia, le febbri e un diluvio infernale, deve affrontare un nemico ancora peggiore: sé stesso, terrorizzato dall’idea di non essere all’altezza della situazione. Ormai disperato e deciso ad affrontare l’equipaggio con onestà, è quasi sicuro che a quel punto l’ammutinamento non possa essere in alcun modo evitato. Tutti invece gli rimarranno fedeli, e daranno fondo a ogni risorsa di energia, nel tentativo di far guadagnare qualche metro al veliero.
Cosa può venirci in soccorso in momenti così drammatici, quando abbiamo ormai perso ogni fiducia in noi stessi e nella sorte? Abbiamo già visto come in parte la risposta venga dagli altri: Conrad ci dice che non siamo isole, perché la nave – cioè la vita di chiunque di noi – non si può manovrare da soli. C’è bisogno di collaborare e farsi forza a vicenda, nonostante la fatica e le difficoltà. E qui abbiamo forse la figura più bella e toccante del romanzo, quel cuoco malato di cuore il quale, unico insieme al capitano a non cader vittima delle febbri, non si esimerà da alcun compito, seppur consapevole del rischio a cui va così incontro.
Ma c’è dell’altro: per farcela sarà necessaria una profonda reinterpretazione di noi stessi e del nostro rapporto con il resto del mondo. Il rischio, altrimenti, è far crescere la linea fino renderla una zona d’ombra, o peggio un tunnel senza fine, un pozzo da cui non riusciremo mai più ad uscire, avvitati nelle nostre illusioni, bugie, e spesso slegati dal presente, rifugiati in un passato ormai perso, o in un futuro pieno di miraggi, destinati a evaporare via uno dopo l’altro.
Dopo ben diciassette giorni di sforzi quasi ininterrotti, il veliero giungerà infine a Singapore, con un equipaggio allo stremo. Il nostro protagonista incontra il capitano Giles, al quale confida di sentirsi vecchio, ma non stanco, né scoraggiato. Le fatiche e le esperienze accumulate in quella drammatica traversata hanno rafforzato il suo spirito, e adesso non aspetta altro che di riuscire a radunare un nuovo equipaggio e rimettersi al più presto in viaggio sul suo veliero, privo dell’entusiasmo di una gioventù appena abbandonata, ma con la consapevolezza di sé e della vita che soltanto una maturità guadagnata con coraggio e fatica può restituire.
E così avviene il rito di iniziazione del giovane capitano: il sogno del comando lascerà spazio alla responsabilità della sua posizione, le difficoltà tempreranno il suo carattere, e diventerà capace di ascoltare chi ha maggior esperienza, accettare i colpi inferti dalla sorte, e persino prendersi cura di chi, come Burns, non ha avuto né la sua fortuna né la sua forza nel momento della difficoltà. Ma soprattutto il protagonista riuscirà vittorioso perché imparerà ad accettare la realtà in quanto tale, molto lontana dai sogni di gioventù, e sarà proprio questa accettazione a renderlo più forte, consapevole di sé stesso, dei propri limiti e punti di forza, e di conseguenza responsabile e indipendente: in una parola, adulto.
Una volta portato il veliero a destinazione, il capitano deciderà di ripartire: non c’è più motivo ormai di tornare indietro o rimanere fermi. Egli ormai ha visto il mondo che si schiude al di là della linea, ed è deciso a esplorarlo, con tutte le sue difficoltà e contraddizioni. Il nuovo percorso ormai è iniziato, ed è necessario seguirlo, dal momento che è impossibile non abbracciare la vita, una volta che si è riusciti finalmente a incontrarla.
Il romanzo si chiude con un monito, rivolto a ognuno di noi e con protagonista il fedele Ransome, estremamente provato, meraviglioso simbolo della forza della volontà e al contempo della debolezza della condizione umana:
“ – Non ci stringiamo la mano, Ransome? – dissi gentilmente. Diede un’esclamazione, si colorì di un fosco rossore, mi strinse con forza la mano – e un momento dopo, rimasto solo nella saletta, lo udivo salire la scaletta con cautela, gradino per gradino, con una paura da morire di scaturire l’ira improvvisa del comune nemico che era sua dura sorte portare consapevolmente nel suo petto leale.”
Chiusi il libro e infine gli occhi, per assaporare al meglio le sensazioni lasciate da un viaggio appena percorso in una storia che può racchiuderne al suo interno infinite altre, capendo infine come mai avevo aspettato tanto. Era arrivato il momento giusto, tutto qui – anche se con qualche annetto di ritardo rispetto al nostro protagonista.
Ma, come si dice, meglio tardi che mai, giusto?

