
di Francesca Girardi
La scrittura ha le sue regole, che a volte possono essere infrante. Ha tanti stili con cui si palesa al lettore e, a volte, sorprende anche l’autore stesso. La struttura delle frasi può essere complessa oppure semplice. La narrazione può essere veritiera o nascere dall’immaginazione, dall’abilità di creare nuove storie. Sì, ci sono mondi materiali, fisici, che diventano l’anticamera di mondi interiori. Altresì, ci sono mondi interiori, metafisici, eterei che diventano quasi concreti grazie al fatto di incontrarli scritti.
La scrittura è un errare attraverso destinazioni fatte di segni grafici e contenuti. Scrivere è anche una scelta di vita, di uno stile di vita. Proprio come intraprendere un viaggio, scrivere è scegliere di partire, di mettersi in cammino. Si cerca la destinazione, a volte chiara sin dall’inizio, altre volte non è proprio così certa; il cammino può essere fatto di pause, quelle che accompagnano lo spazio bianco quando vuole rimanere tale e non accoglie alcuna parola. Può permettere deviazioni, quando si inizia in uno stile per poi scegliere di cambiare totalmente direzione o renderlo un po’ più brioso intrecciando stili diversi. Un cammino di tante andate e altrettanti ritorni, perché quando si scrive si rilegge, poi si riprende dal punto in cui si era interrotto il flusso per poi tornare all’inizio, e rivedere tutto. Un cammino fatto di pensieri e parole.
Così Herman Hesse, tra le tante opere, sceglie di scrivere di percorsi che possono essere considerati dei veri e proprio viaggi.
Ne L’Infanzia del mago ci fa viaggiare nel suo mondo con una struttura linguistica articolata, ricca, capace paradossalmente di trasmettere la spensieratezza della sua infanzia. Infanzia che diventa luogo di incontro con il piccolo uomo, utilizza queste parole per farci conoscere quello che, chissà, forse è stato il suo amico immaginario. Attraverso parole proprie di un linguaggio adulto, veniamo risucchiati in quel mondo di Hesse bambino, quando la sua fantasia era quella di essere un mago:“ Una cosa desideravo ardentemente: diventare un mago”.
La stessa parola magia appare qua e là nella sua scrittura: fa capolino tra le mura di casa:“La magia era di casa da noi e nella mia vita”; appare dietro al piccolo uomo: “Ma la più importante e straordinaria di tutte le apparizioni magiche era il ‘piccolo uomo’”.
La magia soffre quando Hermann Hesse diventando adulto prende coscienza del fatto che entrerà a far parte di un altro mondo, quello reale:
“Non rimasi quello che ero, principe e re nel regno del possibile, non diventai mago, imparai il greco, da lì a due anni si sarebbe aggiunto l’ebraico, di lì a sei anni sarei andato all’università. Questa riduzione si compì senza che me ne accorgessi, impercettibilmente si dissolse la magia intorno a me”.
L’Infanzia del mago è il viaggio di un adulto, attraverso i suoi occhi da adulto, nel mondo di lui bambino dove la narrazione è articolata, ricca di termini, di situazioni che non eludono la comprensione. Non intaccano nemmeno l’atmosfera di giovinezza e allegria che ha accompagnato lo scrittore nel suo passato.
C’è poi un altro viaggio, ed è quello che si segue nelle pagine di Knulp, dove Hermann Hesse con dialoghi diretti, asciutti, incorniciati in ambientazioni preziose, raffinate, ci rende partecipi di una scelta di vita, quella del protagonista. La semplicità e la praticità di Knulp prende vita attraverso parole che potrebbero non appartenere al linguaggio di colui che sceglie di essere cittadino del mondo. O forse sì. Perché la poesia di certe ambientazioni, di certe emozioni può appartenere a colui che non vive nel mondo, ma lo attraversa. E così la penna dello scrittore si fa interprete di quadri, di illustrazioni che non hanno bisogno di pittura o di colori, perché sono descritti, non detti. In questa scrittura di Hermann Hesse si può incontrare uno dei consigli che Ernest Hemingway annota in Lettera dall’alto mare:
“Quando hai imparato a scrivere, il tuo unico scopo è di trasmettere tutto quanto al lettore, sensazioni, immagini, sentimenti, luoghi ed emozioni”.
E quanta dimensione spirituale Knulp trasmette nel momento in cui sceglie di sostare in un cimitero che viene descritto così:
“Là dentro le tombe erano disposte l’una accanto all’altra in file dritte e oblique, su quasi tutte una bianca croce di legno, ammantate di verde e di fiori variopinti. Era tutto un festoso avvampare di convolvoli e gerani e, dove l’ombra era più fitta, anche di tarde violaciocche gialle, di rosai carichi di rose, di rigogliosi lillà e sambuchi ricchi di fronde”.
Ecco una delle tante magie della scrittura, riuscire a raccontare la bellezza ovunque, anche in luoghi in cui non ti aspetteresti nulla di così rigoglioso. È come se le parole non solo descrivessero, ma si rincorressero per portare l’attenzione del lettore verso un qualcosa di altro da ciò che è noto. E ancora si incontra un’altra annotazione di Heminwgway:
“Scrivere bene significa scrivere vero. Se un uomo inventa una storia, essa sarà vera in proporzione alla conoscenza della vita che egli ha e alla sua coscienziosità nel lavoro; sicché quando egli inventa qualcosa, è come se fosse veramente accaduto… Quanto più impari dell’esperienza tanto più puoi immaginare in modo vero”.
Grazie alla parola possiamo viaggiare verso mondi immaginari e veri. Perché si può approdare a un percorso di scrittura grazie a un percorso di vita che ha in sé particolari significati attraverso cui poter ampliare la prospettiva d’osservazione. Proprio come scrive ancora la penna di Hesse in Camminare:
“il camminare che svela la natura e rivela il mondo. L’impulso a conoscere, che nessuna conoscenza può placare. L’arte di viaggiare come arte di vivere”.

