Rivista bimestrale di cultura e costume Registrazione presso il Tribunale di Roma nr. 170/2012 dell'11/06/2012

Se un giorno di febbraio un cinefilo

di Edoardo Brunetti

Le avventure acquatiche di Steve Zissou è un film del 2004 diretto da Wes Anderson con Bill Murray, Willem Dafoe, Cate Blanchett e la classica compagnia cantante di ogni pellicola del nostro caro regista tanto avverso a sobrie palette di colori.
È la storia di Steve Zissou, un documentarista frequentatore dell’oceano che presenta la sua ultima opera, nella quale, durante le riprese, muore il suo migliore amico, ucciso da una qualche creatura marina misteriosa.
Il film è stato girato interamente in Italia, tra l’Isola di Ponza e Napoli, mentre gli interni a Cinecittà.
Inoltre, prima di continuare con il proseguimento della trama, ci tenevo particolarmente a segnalare la presenza di Seu Jorge, cantautore brasiliano e amico di Wes Anderson, nei panni di Pelé dos Santos, membro della crew di Steve Zissou. Seu Jorge ha anche composto parte della colonna sonora del film, reinterpetando con la sua chitarra e con spirito brasiliano ben tredici tra le più note canzoni di David Bowie.
Ritorniamo a noi però, ritorniamo alla ciccia.
Steve Zissou e il suo equipaggio decidono di intraprendere una nuova spedizione alla ricerca dello squalo-giaguaro, la fantomatica creatura marina che ha commesso il peccato naturale di uccidere l’amico del protagonista.
In quella che sembra quindi una rilettura in salsa wesandersoniana del classico della letteratura americana di Melville, Moby Dick, Steve Zissou fa anche la conoscenza di un ragazzo che dice di essere suo figlio e che si uniscBRO HAI VISTO IL TRAILER DEL GLADIATORE 2?
Momento, momento, momento. È uscito il trailer del Gladiatore 2? Clicco subito sul messaggio e ringrazio il mio amico per avermi fatto da strillone digitale. Me lo guarderò sicuro il trailer anche se, insomma, il Gladiatore era Massimo Decimo Meridio e ora che è morto non ci vedo tanto senso a fare un sequel però vabbè. Una chance gliela diamo.
Ma guarda un po’, sono già le due di notte. E domani ho lezione alle otto. Cazzo. Lo sapevo fin dal principio che non sarei riuscito a finirlo questo film, però mi stava prendendo veramente. Non mi piace l’idea di lasciarlo a metà ma è molto tardi e un po’ di sonno non mi farebbe male. Vabbè, lo continuerò domani.
Il potere del cane è un romanzo di Don Winslow del 2005.
Il protagonista è Art Keller, un agente della DEA che vuole eliminare il cartello messicano dei potentissimi Barrera.
Se non ricordo male lui è tipo mezzo messicano e dice una frase bellissima che fa tipo: “come noi figli di due culture, con un piede in entrambe e un posto in nessuna”. E il fatto che è mezzo messicano fa sì che possa capire meglio come ragionano quei criminali, anche a livello narrativo funziona molto perché lui e il cartello sono tipo due facce della stessa medaglia, credo. E poi fa colpo su questi Barrera in un incontro di boxe perché combatte come un messicano, ovvero incassa un sacco di colpi come un guerriero e incarna la virtus romana invece di fare quei giochetti del cazzo con le gambe alla Muhammad Alì.
E tutto questo fino a pagina cento, poi ho abbandonato il libro. Malgrado mi stesse piacendo molto. Un po’ troppo pulito, questo Art Keller, per essere un agente della DEA determinato a combattere il cartello messicano, però comunque un personaggio bello cazzuto. Peccato che il nostro rapporto si sia interrotto così prematuramente. Forse perché dovevo studiare ed ero al liceo e non avevo chissà quali voti e quindi forse era meglio concentrarsi sui libri; gli altri libri, quelli noiosi sempre. O forse avevo appena iniziato una serie tv e io non leggo mai un romanzo se sto guardando una serie tv perché ho già una storia a lungo termine nella mia quotidianità, non posso averne due che poi mi si intrecciano tutte, mi confondo e mi ritrovo che Walter White è il proprietario della fattoria degli animali e deve fermare i maiali stalinisti che hanno abbandonato gli ideali rivoluzionari.
Stavamo dicendo, Gli assassini della terra rossa è un libro di David Grann del 2017 che non ho mai finito perché se all’inizio ero entusiasta di indagare al fianco di Tom White su quelle misteriose riserve indiane dell’Oklahoma, superata la boa delle cento pagine il mare si è fatto freddo e volevo solo uscirne.
Il me del lunedì era propenso a scoprire la verità sepolta sotto quei pozzi di petrolio, ma il me del mercoledì sera era andato a una festa nelle campagne e ora il me del giovedì voleva una commedia o comunque un qualcosa con molta musica però che non scadesse nel melenso o nel buonista perché quello mai.
Nel mio mondo letterario Van Helsing è ancora alla ricerca di un Dracula a piede libero per l’Inghilterra e Woody Allen scrive ottime battute per Ed Sullivan ma non è mai riuscito ad approdare al cinema (esattamente, ho abbandonato persino l’autobiografia di Woody Allen. È ancora lì, sulla mia scrivania, con i suoi occhiali da intellettuale miope a guardarmi dalla copertina. Anche se a lui non piace essere chiamato intellettuale perché in effetti non lo è, e questo lo ha spiegato prima di pagina cento).
Ho sempre ricercato nei film e nei libri degli specchi dei miei umori e dei miei stati d’animo; delle giustificazioni letterarie, audiovisive o comunque narrative di ciò che stavo provando io. Degli appigli e degli scorci attraverso cui vedere anche il mio di mondo.
Ma gli stati d’animo sono passeggeri, provvisori, fuggevoli. Le storie no. Non posso forzarmi a provare terrore per Dracula se quel giorno voglio solo andare in Vespa con Nanni Moretti.
E questo nei momenti di clemenza da parte della mia esigenza di affinità perché a volte ciò che cerco si trova al seguente livello di specificità: voglio un episodio di una serie tv incentrata su una famiglia, possibilmente divertente, che è tutto un flashback di come i due genitori si sono conosciuti ai tempi dell’università. Occhio, ho detto all’università; se sono all’ultimo anno di liceo spengo immediatamente la tv, la lancio dalla finestra e la osservo schiantarsi sul marciapiede e chiedo scusa a qualche malcapitato nel caso si fosse insinuato nella traiettoria della tv; poi mi rimetto alla ricerca della controparte narrativa del mio stato d’animo.
Questa incompatibilità nel momento della fruizione ha fatto sì che abbandonassi storie delle quali ero più che entusiasta, in cui perdercisi dentro rappresentava un piacere, se non un desiderio.
Ma la vita trova sempre nuove forme e l’arte deve stare al passo. L’arte però è anche lo specchio della vita, no? Quindi se sono così incostante e irregolare nel mio approccio all’arte probabilmente lo sono anche nella vita di tutti i giorni? È per questo che ho smesso di giocare a tennis a otto anni? E ho lasciato karate dopo solo tre lezioni? E non sono mai riuscito a praticare uno sport per più di due anni di fila? E il disegno, il giardinaggio, la palestra? E qualsiasi cosa i cui progressi richiedessero di più del tempo di cottura di pasta di grano duro?
Momento, torna indietro di due domande. Io non ho mai fatto giardinaggio. E allora perché l’ho scritto?
Qual è la morale della storia? Sforzati e porta a termine quel libro perché un giorno sarai grato di averlo fatto? Oppure goditi il momento e guardati il film che ti vuoi guardare e abbandonalo a metà se ti sta rompendo i coglioni? Dà tutto ciò che hai e che sei per una sola causa? O continua a rimbalzare da una parte all’altra? Segui il tuo sogno e sacrifica tutto per questo? O cerca un equilibrio nella tua vita? E come capisco qual è il mio sogno? E l’equilibrio si migliora allenandomi sulle punte dei piedi? È più facile annaffiare una pianta alta se sto sulle punte?
E io che cazzo ne so.
Che frustrazione, almeno questo articolo vorrei finirlo così da poter dire