
di Martina Controne
“Ogni cosa è quello che è, e non un’altra cosa”, diceva il filosofo inglese Joseph Butler. La sua citazione era tra le preferite di Isaiah Berlin, filosofo storico e delle idee. Non a caso la inserisce in apertura del suo saggio Le radici del Romanticismo, decidendo però di rivisitarla così: “Ogni cosa è quello che è…”.
Se ogni cosa è quello che è e non un’altra cosa, significa secondo Berlin parlare dello spirito dell’Illuminismo, del pensiero sillogistico che ricalca il mondo e si attacca ad esso come se non ci fosse alcun attrito; di un pensiero che intercetta le cose e coglie in esse la loro struttura razionale e ordinata. Un pensiero che definisce, incasella e conclude, come un dito che puntato verso un oggetto ne esaurisce la sua definizione nella traiettoria dell’indicare. Questa è una mela: il pensiero è il dito, la mela è l’oggetto, un aggregato di proprietà fisiche e oggettive che il soggetto è in grado di cogliere. La mela è solo una mela e il pensiero è uno specchio.
Sul fatto che ogni cosa è quello che è non ci sono dubbi. Una mela non può che essere una mela.
Ma perché escludere che una mela possa essere, per esempio, anche un oggetto d’amore? Due persone sedute una di fronte all’altra. I due si piacciono, è evidente, e dove c’è piacere c’è imbarazzo e lo sguardo dei due, arretra su sé stesso, si ripiega e si abbassa fino a fissarsi al centro del tavolo: sul tavolo, una mela. Eccola. Ogni cosa è quello che è, certo: la mela è una mela. Ma l’elisione fatta da Berlin nella citazione di Butler, riguardo l’impossibilità di una cosa di essere anche un’altra cade, e dopo di essa si apre, si espande lo spazio bianco del possibile. Questo è lo spirito autentico del Romanticismo, secondo Berlin, la possibilità che il soggetto rintraccia nelle cose del mondo di non essere mai solo quelle che sono in un certo momento.
Uno scatto antropologico fondamentale, anzi, più che uno scatto un’esigenza imprescindibile che emerge dopo il secolo dei Lumi ancora più forte, di considerare la datità del mondo come l’inizio del possibile, di rintracciare nelle cose la loro ricchezza, i loro potenzialmente infiniti significati. La mela come oggetto fisico, la mela come oggetto d’amore. Poniamo, per esempio, che le due persone al tavolo stiano conversando, apparentemente in modo cordiale, ma c’è qualcosa che stride tra le parole; forse rancore e risentimento, che ogni tanto porta lo sguardo dei due lontano dagli occhi dell’altro e si fissa sulla mela al centro del tavolo e poniamo che proprio lì, proprio in quella mela, si concentrino tutti i loro non detti. Un altro significato ancora.
La scrittrice Amy Hempel, nel suo racconto Nessuno è come qualcun altro perfettamente l’incapacità mentre si sta parlando di qualcosa di non parlare anche di altro, o almeno attraverso altro: immagini, oggetti, proverbi. Il potere della metafora in sostanza, quel come se fosse implicito e figurato che ci permette di capire e spiegare meglio quello che nella vita ci capita senza ridurlo alla mera attualità.
E dov’è che meglio si esprime questo spirito che Berlin rintraccia nel Romanticismo, questa spinta a non accontentarsi dell’essere-così-e-basta delle cose? Qual è lo spazio che ci consente di collegare, di ampliare lo sguardo sulle nostre esperienze che raramente sono solo quelle che sono?
Dove, se non nella Poesia?
Parlare di Poesia non è mai stato facile, tanto meno lo è oggi in cui sembra essere stata dimenticata quasi definitivamente; al massimo rispolverata ogni tanto quando qualche poeta muore e allora ci si ricorda della Poesia per qualche breve lettura commemorativa. Molte volte la poesia è stata definita come la massima forma di evasione dalla realtà, come una fantasticheria, una forma espressiva che distoglie l’uomo dalla Verità. Platone è stato il primo, grandioso acerrimo nemico della Poesia, che considerava come un ammasso di chiacchiere immaginarie e dannose a danno, del discorso filosofico, l’unico e il solo che poteva condurre l’uomo alla meta, ovvero l’espistème, la conoscenza. Bistrattata a destra e a manca, la Poesia ha continuato ad essere percepita nel corso dei secoli alla stregua di inutile passatempo. Un gioco di parole che si serviva della rima ma non sempre e che non insegnava niente rispetto alle altre forme artistiche.
Ultima ruota del carro, il poeta vicino al romanziere sfigura, e le sue parole in versi sembrano come un balbettio, un accostamento di suoni che lascia il lettore più confuso di prima. Tra lo scrittore e il Poeta non è sembrata mai esserci storia: il primo architetta storie piene di personaggi, disegna mondi, concede la sua erudizione a poco prezzo, per concludere, in maniera più o meno esplicita la sua storia con una morale. E il secondo, che fa? O almeno, cosa si pensa che faccia? Niente di più se non esprimere sé stesso e la sua esperienza sulla pagina. Senza pretendere di insegnare nulla. Il Poeta piuttosto chiede e lancia il suo grido nel vuoto.
Una pura esaltazione narcisistica? Un malcelato disprezzo che aleggia intorno alla Poesia, una specie di antipatia naturale simile a quella che suscitano le persone tronfie e piene di boria dimostrano che forse è proprio così che essa viene percepita. O magari per la sua libertà, per la sua mancanza di una forma prefissata una volta per tutte; forse per la sua inafferrabilità e per il linguaggio, a volte barocco, a volte ermetico e sibillino. Non è facile parlare di Poesia in questi tempi specie per il fatto che ogni forma d’arte sembra avere come unico scopo quello di intrattenere il fruitore, di presentargli un prodotto fatto e finito pronto per l’immediato godimento. Una serie tv, un film, un libro, devono divertirci, distrarci, trasportarci in un universo alternativo dove tutto ci viene spiegato più che mostrato, dove nulla è solo accennato, possibile o implicito ma tutto è già strutturato, reso evidente. Noi, spettatori, non dobbiamo pensare a niente, il lavoro è stato già fatto, le risposte sono chiare e immutabili,confezionate ancora prima che avessimo anche solo il tempo per pensare alle domande: ogni cosa è quello che è, e non un’altra cosa.
E forse proprio qui risiede il nocciolo del problema. Sembra che ci interessino solo risposte e certezze incontrovertibili (o meglio, quelle che ci vengono presentate come tali) e che non si abbia più la voglia, né il coraggio di domandare. Se è connaturato all’uomo il bisogno di certezze per districarsi nella complessità della vita (l’Illuminismo), è pur vero che c’è nell’uomo qualcosa di molto più profondo: il desiderio di trascendere il qui e ora, il nostro presente, per dare un senso all’immediatezza dei nostri bisogni e inserirli in un orizzonte di senso più ampio. È questa una delle tante ragioni con cui si può spiegare il declino e la marginalità della Poesia, la più inutile forma di conoscenza, nel senso di non immediatamente diretta ad uno scopo, ad un bisogno, perché diretta al desiderio.
Qui non si tratta di avvicendarsi nel distinguo tra buona e cattiva Poesia. Si tratta di fissare quella che sembra la sua vocazione più propria rispetto alle altre forme artistiche: chi scrive o legge poesie, inconsciamente o meno, invece di rispondere, ha un’insopprimibile necessità di domandare – e tutte le possibili risposte stanno proprio nello spazio bianco che si apre dopo l’ultimo verso.
Chi scrive o legge poesie lo fa perché qualcosa lo spinge con forza, quel desiderio di esprimersi e di capire continuando a domandare. Un chiedere spassionato che s’impone con la forza della legge morale kantiana, l’imperativo categorica del dovere per il dovere.
Nietzsche esprime bene questa meravigliosa cosa che è la fatica di domandare, costantemente, senza mai arrestarci ad alcunché di predefinito, quando paragona l’aforisma (molto simile all’incompiutezza e all’apertura della poesia) a una figura in rilievo, che ha bisogno dell’osservatore per integrare con il pensiero ciò che gli si staglia davanti. Non basta leggere l’aforisma per comprenderlo. Esige un’arte, una fatica che noi moderni abbiamo disimparato e che Nietzsche chiama “ruminare”. Abbiamo paura di non trovare quell’ultima parola con cui poter dare una spiegazione onnicomprensiva ai fenomeni del mondo. Certezze dovunque, in ogni campo: è questo che esige lo spettatore e il lettore oggi (ma non quello di poesie) nell’epoca dei desideri ridotti a semplici bisogni. Costantemente in bilico ci piace pensare di essere sorretti da fili d’acciaio indistruttibili, mentre la paura di non concludere, di non capire, ci attanaglia.
Ma l’aforisma non conclude e nemmeno la Poesia. Piuttosto domanda, chiede, esige, inciampa, collega, utilizza oggetti della realtà quotidiana per parlare di amore, sesso, morte, attesa, tempo, luce e buio, silenzio e tumulto senza avere la pretesa di dire l’ultima parola sull’amore, sul sesso, sulla morte, sull’attesa, sul tempo sulla luce e sul buio e su tutto il resto. Un po’ come la vita, che non conclude mai se non con la morte, e che più che certezze ci offre appigli.
La Poesia, come la vita, rispedisce la domanda al mittente e rimanda la risposta sempre un po’ più in là. Secondo Novalis, poeta e filosofo tedesco, il Poeta chiamato da lui idealista magico sa cogliere i collegamenti tra le cose, non si stanca mai di far significa la realtà, la quale è infinita nelle sue possibilità.
Sua caratteristica è la nostalgia, quel richiamo da un passato immemore che lo spinge a volersi sentirsi a casa dovunque, nonostante il mondo gli si prospetti come altro da sé e come luogo inospitale.
Far significare la realtà vuol dire faticare, perché il mondo non è solo il luogo dei bisogni che vengono soddisfatti ma è anche quello del desiderio, di quel senso che dobbiamo trovare e cercare. Il mondo è attrito e contraddizione.
Quante esperienze nel corso della vita ci sembrano, nella loro gratuità molto spesso dolorosa, prive di senso? Il mondo costantemente ci interpella, ci chiede di rimodulare il senso e le risposte che pensiamo di aver già trovato. Perché tutto è in linea di principio privo di senso se non ci si sforza di compiere questo movimento: dal finito all’infinito, dal già dato all’ancora possibile.
L’atteggiamento del Poeta proposto da Novalis non è di fuggire da questo mondo, non è di tendere verso il cattivo infinito che si dimentica della realtà per tendere all’irraggiungibile. Il vero infinito non è oltre ciò che si da, il vero infinito è già qui, si rinnova costantemente nell’angolo di mondo in cui si trova ciascuno di noi. L’infinito è nel finito, mai viceversa. Per coglierlo, senza la pretesa di trovarlo mai una volta per tutte, bisogna guardare la realtà come se la si vedesse per la prima volta. Toglierci dagli occhi la crosta pesante della quotidianità. L’idealista magico, ovvero il Poeta, è colui che vede altrimenti e tende le orecchie per sentire non solo il suono delle cose, ma anche per scorgere, in quelle note le altre possibili sinfonie, quelle già ascoltate che suonano in modo diverso e tutte le altre che potranno suonare in futuro.
Il Poeta è colui che fa respirare le cose e le strappa dalla loro crudele finitezza senza mai vincerla del tutto. Non accade questo anche nella vita, forse? Quando amiamo, per esempio, non c’è solo l’amore che si prova per l’altro in un dato momento. O meglio, quell’amore è anche un’altra cosa: il passato, con i suoi pesi e le sue gioie, il futuro carico di aspettative e di paure che spostano il presente indietro e avanti come un elastico, per ritornare al presente in modo inedito. E quante altre esperienze inaspettate possono rivelarsi cariche di un senso nuovo che potrà investire quell’amore? Quanti segnali possono essere forieri di un nuovo modo di configurarsi dell’amore?
Quando amiamo, non ci sembra forse che tutto il mondo ci parli del nostro amore? La stessa cosa succede nella poesia, in cui oggetti banali e quotidiani (la mela) chiedono di espandersi, di uscire dalla loro determinatezza. Quando smettiamo di amare o di essere amati, non ci sembra che tutto intorno a noi ci parli della fine del nostro amore?
C’è questo reciproco scambio tra l’uomo e il mondo, che è insopprimibile. Ma si tratta di uno scambio che si deve scoprire e cercare con fatica. Una fatica che la Poesia non può non fare, perché è inscindibile dalla stessa definizione di Poesia. Una fatica che mai può essere ripagata e conclusa del tutto, ecco forse un altro motivo per cui è difficile, non solo oggi, ma sempre, parlare di Poesia, motivo per il quale quasi la disprezza: eppure qui sta la sua forza.
Se la vita non conclude e nemmeno la Poesia, e se essa stessa domanda e cerca l’infinito resta comunque intrappolata in un paradosso di difficile risoluzione. Tutte le poesie del mondo non potranno mai esaurire quello che la Poesia, intesa come ideale cerca di fare: cogliere l’infinito. Nel momento in cui le poesie finiscono e sprofondano nello spazio bianco dopo il verso conclusivo, la Poesia in realtà non finisce, ma inizia, come se le parole e le metafore fossero semplicemente un pretesto, un gioco musicale e ben condotto per giungere a quello spazio bianco finale in cui acquistano la loro autenticità: il silenzio.
Quello spazio è Poesia, il potere dell’implicito, in quella zona che è intima sia al Poeta che al lettore, lo spazio della ruminazione, del continuare a collegare ciò che è stato fissato dalla parola scritta.
Si tratta evidentemente paradosso irriducibile, cercare di dire con le parole quello che con le parole non si può dire perché fugge: l’ulteriorità delle cose, l’incertezza e la possibilità che le investe.
Nel saggio Odiare la Poesia il romanziere e poeta Ben Lerner esprime magistralmente il fatto che la Poesia possa essere definita solo in negativo. Comprendiamo un po’ meglio la sua essenza attraverso un lavoro si sottrazione, di scarnificazione da cui emerge attraverso quello che non può fare cosa la Poesia e si comprende a pieno, ma soprattutto s’apprezza il disprezzo che suscita.
“Ogni cosa è quello che è…” e nel caso della Poesia, è ciò che è entrando in contraddizione con sé stessa, diventando quello che non è, ovvero concretizzandosi nelle singole poesie, che sono condannate alla logica crudele del fallimento se prese singolarmente.
La Poesia stessa si disprezza, perché riesce ad essere sé stessa solo tradendosi, moltiplicandosi in tante poesie. La poetessa Marianne Moore ne La Poesia celebra questa contraddizione piena di senso e bellezza così: “Neanche a me piace. A leggerla però con totale disprezzo vi si scopre, dopotutto uno spazio per l’autentico”. E questo spazio, è proprio lo spazio bianco che dice tutto quello che nessuna delle poesie potrà mai, se non la Poesia, come ideale e concetto inesauribile di possibilità, del chi lo sa se…
Nell’epoca delle incrollabili e monolitiche certezze e dunque dei bisogni, abbiamo bisogno di tornare a desiderare. Giuseppe Civati direbbe giustamente “un po’ di possibile, altrimenti soffoco”.
E la Poesia non è altro che quel desiderio, quella boccata d’aria, quella libertà del non concludere mai fino almeno alla morte.
Che poi, alla fine, chi lo sa se…

