di Sabrina Sandroni
Mi sono imbattuta in Lou Von Salomé per caso, leggendo Irvin Yalom, uno psichiatra e scrittore statunitense, autore di romanzi che intrecciano psicologia esistenzialista, saggistica e filosofia. In un suo libro, Le lacrime di Nietzsche, ho letto per la prima volta di Lou Von Salomé, descritta come la musa ispiratrice del filosofo Nietzsche ed in parte causa del suo mal d’amore non corrisposto. Tuttavia, grazie a lei, racconta Irvin Yalom, Nietzsche ha partorito la grande opera filosofica, Così parlò Zarathustra. Ricordo che il nome Salomè mi colpì anche per l’omonimo dramma di Oscar Wilde, Salomè, il personaggio femminile più controverso dei testi biblici, la bellissima e sensuale principessa, cattiva e lasciva, che fa tagliare la testa del santo e morigerato Giovanni Battista, perché l’unico che ha avuto l’impudenza di rifiutarla sessualmente. Associando queste due figure femminili, ho pensato a Lou Von Salomé come una peccatrice o un’ammaliatrice, appellativi che solitamente vengono assegnati a quelle donne che hanno tentato di diventare persone indipendenti e libere sessualmente, psicologicamente e intellettualmente.
Così, ho conosciuto Lou Von Salomé attraverso un pregiudizio di genere, rafforzato da questa foto, interpretata da molti, come un gesto femminista e una volontà di potere e sopraffazione sul maschio.
Lei, munita di frustino, in procinto di colpire i due destrieri maschi, che l’assecondano in un gioco di scambio di ruoli. Quei due uomini sono Nietzsche e Paul Rée, due grandi filosofi e intellettuali tedeschi del XX secolo.
Quando vidi questa foto, ci rimasi male. Pensai, la femme fatale, la femminista ante litteram, l’ammaliatrice, che utilizza intelletto e bellezza come strumenti per affermare la propria personalità sul potere maschile. Etichette. Pregiudizi di genere. Stereotipi, che ancora oggi rappresentano i criteri dei nostri giudizi sul femminile e sul maschile. Su Google, digitando Lou Von Salomé e selezionando “immagini” si trovano queste note: “Lou Von Salomé, la femme fatale che incantò Nietzsche e Rilke”; “L’Oltreuomo Lou Von Salomè tra frustino, baci e coltelli”; “Il fascino e la sensualità di Lou Von Salomè”; “Chi era Lou Von Salomé, la musa degli intellettuali”. Queste sono solo alcune citazioni su ciò che viene detto di Lou, sempre associata ad importanti intellettuali maschi e sempre considerata dal punto di vista fisico e sensuale. Pertanto, anch’io assorbii questa visione distorta, pensando di trovarmi di fronte ad una seduttrice di cuori e di menti maschili. Una sera andai per caso ad un incontro su Nietzsche e l’Esistenzialismo e di nuovo sentii parlare di Lou Von Salomè quale figura di influenza fondamentale nella produzione filosofica nietzschiana, da Così parlò Zarathustra in poi. A quel punto, si accese in me la curiosità.
Com’è possibile che una donna influenzi un filosofo e la sua opera? Chi era? Che relazione ha avuto con Nietzsche?
Cercai notizie e scoprii che esisteva una biografia di Lou, scritta da H.H. Peters negli anni ‘70, che raccoglie, con cura ed attenzione, documenti, memorie e stralci, di una vita indubbiamente inusuale e particolarmente intensa. Questa splendida biografia aprì le porte al mio incontro con Lou Von Salomé.

Lou Von Salomé nacque il 12 febbraio del 1861 in Russia, a San Pietroburgo, sotto lo zar riformista Alessandro II dei Romanov. Suo padre era un generale dell’esercito dei Romanov e sua madre era figlia di un industriale. Gli antenati della famiglia Salomé vantavano discendenze baltiche e francesi, tanto che Lou stessa parlava il russo, il tedesco e il francese. La famiglia Salomé abitava nella residenza ufficiale dello Stato Maggiore generale, proprio di fronte al Palazzo d’Inverno, unito all’Hermitage, uno dei musei d’arte più importanti al mondo.
Lou è l’ultima e unica figlia femmina dopo cinque fratelli maschi, con i quali costruisce un legame molto forte, dal punto di vista affettivo ed amicale. Da loro apprende la libertà di movimento del corpo, la spontaneità dell’eloquio, la semplicità dei gesti. Anche il padre, figura fondamentale nella crescita di Lou, la inizia ad un rapporto stretto con la Natura, permettendole di arrampicarsi sugli alberi, di fare la lotta con i suoi fratelli e di camminare a piedi nudi sull’erba (abitudine, peraltro, che Lou manterrà anche da adulta). La madre, donna perfettamente allineata alle etichette dell’alta società, contrasterà e criticherà sempre questo comportamento mascolino e anticonvenzionale della figlia, che avrebbe dovuto crescere, invece, come una perfetta e raffinata signorina di buona famiglia, destinata al ruolo di moglie e madre.
Ed ecco Lou da ragazzina.

Alla fine dell’Ottocento, nella Russia zarista, una bambina che si sta facendo donna, si arrampica sugli alberi come un animale, gioca con i suoi cinque maggiori fratelli, senza restrizioni né limitazioni di bon ton, se non le inutili frustranti lamentele materne; visita l’Hermitage e parla di arte, filosofia e letteratura con l’amato padre, che la tratta come una sua pari. L’humus, il terreno della libertà e dell’indipendenza, era già pronto per essere fecondato.
L’infanzia di Lou è un’infanzia dorata, libera e stimolante intellettualmente, fino ai 16 anni, quando il padre muore e Lou perde il più importante rappresentante e interlocutore di quel mondo, a cui deve la base della sua formazione intellettuale. La crisi profonda per la perdita del padre, l’avvicina ad un interesse totale per la filosofia e la religione, fino a sfiorare, a volte, quasi una sorta di sentimento mistico. Guida spirituale ed intellettuale di questo percorso, dai 16 ai 19 anni, sarà Hendrik Gillot, un ultra quarantenne, pastore luterano olandese, già marito e padre, che Lou sceglie come maestro e a cui si rivolge autonomamente per chiederne la guida, dopo averne notato le doti oratorie, durante i suoi sermoni. Da questo momento della sua vita in poi, all’immagine di Lou, verrà associata l’espressione di “donna fatale per tutti gli uomini che la incontrano”.
Gillot si innamora alla follia di Lou, le parla di filosofia, tenendola sulle sue gambe ed accarezzandola, le si avvicina all’orecchio, sussurrandole passi di letteratura e teologia, la sensualizza precocemente, attraverso le sue acute e brillanti lezioni. Gillot, agli occhi di Lou, è affascinante, liberale, colto e un vero scettico (forse, in cuor suo ateo). Un vero nutrimento per la mente giovane di Lou, di cui, il pastore olandese, ne ha già intuito le doti non comuni. In un impeto di passione e di follia, Gillot scioglie il suo matrimonio e chiede a Lou di diventare sua moglie. Lou non è esente dal fascino della sua guida-spirituale, ha perso l’amato padre, che rivive in Gillot; i suoi fratelli, lontani, hanno costruito le proprie vite sulla carriera militare e sposandosi; la madre la controlla, la vorrebbe piegare a diventare ciò che non è. Quale altra ragazza, alla fine dell’ Ottocento, non avrebbe ceduto alle pressioni della società, delle esigenze del proprio intelletto e ad una dirompente sensualità intellettuale? Lou sceglie di non essere ciò che non può essere, di sottrarsi ad attenzioni ambigue (che sfiorano la molestia sessuale), di diventare se stessa, l’indipendente Lou, nomignolo con cui era solito chiamarla suo padre. Lamentando problemi ai polmoni (tubercolosi?), forse sintomi legati ad un malessere interiore più vicino ad una forma psicosomatica che ad un reale problema di salute, Lou fugge, all’improvviso, dalla Russia, accompagnata dalla vigilante madre. Inizia, così, quella sorta di migrazione intellettuale e vagabondare irrequieto, che la porta dalla Germania, alla Svizzera, all’Italia, per poi tornare, in diverse tappe della sua vita, nella sua amata Russia.
Ed eccola a 21 anni, quando conobbe Paul Rèe e Friedrich Nietzsche.

Fronte spaziosa, sguardo profondo, labbra carnose e sensuali, capelli raccolti in una crocchia, un abito dimesso e scuro, casto ed allacciato fino al collo. Così si presentava agli incontri tra le più grandi menti della fine del XIX secolo. Come a Roma, a casa della baronessa tedesca Malwida von Meysenbug, un’intellettuale anticonformista e liberale, sostenitrice della parità di diritti delle donne ed una delle più grandi ammiratrici di Lou. Tuttavia, non mancherà anche lei, di considerare, a volte, Lou, una spregiudicata ed una giovane incosciente.
Lou era indifferente alle mode femminili dell’epoca, ai giudizi della gente, era discreta e riservata ma al contempo emanava da lei una luce spirituale e intima, che affascinava ed incuriosiva gli animi più sensibili e colti dell’epoca. Così, le si rivolse Nietzsche, quando, per la prima volta, la vide:
“Da quale stella siete caduta affinché ci potessimo incontrare qui?”
E sarà con Nietzsche che verrà consolidata l’idea malevola ed ingiusta di Lou “mangiatrice-bambina di uomini”. Lei aveva 21 anni e lui 38.
“Vorrei lasciarmi guidare dalla vita stessa”, diceva Lou a sé stessa e lo fece, andando incontro a ciò che, consapevolmente, aveva scelto, una vita non priva di amarezze, dolori e lati oscuri ma che, proprio per questo Lou non ha mai smesso di amare e di celebrare, “la consolazione di un dolore inconsolabile sta nella sua grandezza”, scrive in Devota e infedele. Saggi sull’amore.
Lou incontra Nietzsche grazie al loro comune amico Paul Rèe, medico e filosofo ebreo tedesco, conosciuto a casa della baronessa Malwida von Meysenbug. Tra i tre nasce un’immediata affinità elettiva, che fa sorgere in Lou l’idea di un sodalizio intellettuale, da suggellare attraverso una convivenza, libera da pretese erotico-sessuali. I due filosofi accettano, non senza una speranza, entrambi, di ricavare, in futuro, una promessa di matrimonio. Nietzsche propone di immortalare quel contratto intellettuale attraverso una foto, strumento documentale avanguardistico dell’epoca.

Ed ecco la foto che ha dato inizio al mio interesse per Lou e che ha provocato così tante ambiguità, fino a far nascere pregiudizi sulla sua figura.
La foto fu uno scherzo voluto da Nietzsche, una provocazione da intellettuali anticonformisti, che si consideravano liberi e indipendenti da sovrastrutture sociali. Lou si sentiva a disagio. Non voleva stare in quella posizione, peraltro scomoda e precaria e troppo duratura (la fotografia era ai suoi primordi storici) ma assecondò l’insistenza di Nietzsche, così come lei stessa racconta, attraverso la biografia di Peters.
Il sodalizio intellettuale, proposto da Lou si realizzerà ma solo con Paul Rée, anima più mite e delicata di Nietzsche, che, dopo essersene innamorato, così reagisce di fronte al rifiuto della sua proposta di matrimonio: “Vai, dalle donne? Non dimenticare la frusta”, e l’appella con termini violenti e non proprio edificanti, di cui, a sua discolpa, in seguito, si pentirà, chiedendo scusa a Lou. Lou non reagì mai alle offese, riconoscendo di aver colpito in Nietzsche l’orgoglio maschile e intuendone, con grande acume ed empatia, l’instabilità psicologica, che spesso sfociava in forti e violenti mal di testa e stasi di isolamento assoluto, associati ad una malattia cronica (pare fosse la sifilide, contratta nei bordelli).
La convivenza con Paul Rèe durò cinque anni, nei quali Paul continuava a serbare in sé la speranza di sposare Lou ma non venendo mai meno al rispetto del patto da lei proposto: l’assenza tra loro due di un rapporto erotico-sessuale.
Alcuni anni dopo, Paul Rèe si uccide, gettandosi nel fiume Inn, in Svizzera. La vulgata comune ritiene che il suicidio sia stato provocato dall’abbandono di Lou, quando decise di sposarsi con Friedrich Carl Andreas, professore di Lingue orientali a Göttingen. Nella biografia di Peters, Lou racconta la sua grande stima e il suo smisurato affetto per Paul, amico e convivente, con il quale e per il quale realizzò il famoso “sodalizio intellettuale”, sfidando le convenzioni sociali ed una certa società benpensante. Sostenne Paul nelle ristrettezze finanziarie, scrivendo un romanzo sentimentale, Ruth, che ebbe molto successo e che le permise di ottenere un’entrata finanziaria per sostenere le spese di entrambi. Lou spinse Paul Rèe a curare i suoi studi, ad aprire la sua mente. Quando gli annunciò la sua decisione di matrimonio, gli spiegò le sue ragioni, i motivi per cui accettava di unirsi in un matrimonio bianco, con un uomo molto più grande di lei. Lei aveva 27 anni e lui 42. Da quel momento, Lou acquisì il cognome che accompagna spesso il suo, Lou Andreas-Salomè.

“Sono sempre i nostri muri quelli contro cui urtiamo e su cui proiettiamo la nostra immagine del mondo”, dirà Lou, analizzando i rapporti affettivi ed erotici nel suo saggio del 1910, La materia erotica.
Quale immagine aveva proiettato Carl Andreas su Lou? Andreas era un uomo colto e austero, un esperto orientalista, figlio di genitori tedeschi ed armeni. Conosceva e parlava più di nove lingue, tra cui, molte antiche e nutriva un forte interesse per l’entomologia. Visse per un periodo a Copenaghen e si recò spesso per lavoro e ricerche in Oriente, Persia, Cina e India. Un uomo straordinario, fuori dal comune, capace di oltrepassare i limiti fisici e intellettuali del proprio tempo, un eclettico, che vantava una cultura variegata e spropositata. Un uomo dal multiforme ingegno, che, proprio per questo, non temeva i propri limiti e che era disposto a rischiare anche la sua vita. Tentò di suicidarsi di fronte a Lou, cercando di colpirsi con un pugnale (una delle armi a cui era molto legato, dato che era anche un cultore appassionato di armi da taglio di foggia orientale) quando lei rifiutò la sua proposta di matrimonio. A quel punto, Lou, consapevole di quel ricatto sentimentale, accolse la proposta, forse non senza un personale tornaconto. Stabilì con Andreas un patto, che fu sempre rispettato. Tra loro due ci sarebbe stato solo un sentimento fraterno, un matrimonio bianco, libero da legami passionali e fisici. Nonostante entrambi avessero altre relazioni amorose, Andreas rimase un punto di riferimento per Lou, che ritornava sempre dal marito al quale, nonostante tutto, era molto legata e il loro matrimonio durò formalmente 43 anni, fino alla morte di lui. In seguito, Lou si prese sempre cura della figlia, che Andreas aveva avuto dalla domestica. La ragazza, molto legata a Lou, se ne prenderà, a sua volta, cura in vecchiaia, fino alla morte di lei.
“Non so vivere secondo un modello e non potrò mai servire da modello ad alcuno; invece, quel che farò sarà vivere la mia vita come mi piace, qualunque cosa accada. Non ho principi da sbandierare, ma qualcosa di assai più prezioso, qualcosa che sta dentro di noi, che brama solo a vivere e sa gioire, e preme per uscire alla luce del sole”, dice ancora in Devota e infedele. Saggi sull’amore.
Quando Lou conobbe Rilke, lei aveva 36 anni e lui 22.

“Ogni amore rende felice, persino quello infelice”, scrive Lou, in Riflessioni sul problema dell’amore, nelle quali tenta di analizzare l’esperienza erotica dell’amore, una forza nata per prima negli esseri umani e percepita come presenza terza, che provoca felicità, senza alcun riguardo dell’altro, della realtà circostante, che viene offuscata. Ma è proprio questo il fascino e delizioso inganno del sentimento amoroso, benché riteniamo essere ricolmi dell’altro: esaltarci di noi stessi, essere ricolmi e stupiti del nostro stato. La passione amorosa è incapace di accettare oggettivamente l’altro, è solitudine, che, però, diventa un mondo che tutto comprende. L’altro rappresenta solo un medium, che ci permette di illuminare parti nascoste di noi stessi, che prima non percepivamo. Il sentimento amoroso è come l’atto creativo, estraneo al creatore, opera indipendente e sconosciuta, perché è l’atto di qualcosa, un terzo, che è nato nel momento in cui le due forze, fisiche e psichiche, si sono ritrovate. Le riflessioni di Lou sull’amore, sulla relazione sentimentale e passionale, sono legate ad una sua cogente esigenza di trarre sempre le sue astrazioni dalla realtà, dall’esperienza pratica. Lou è una sperimentatrice e allo stesso tempo un’acuta e raffinata mente, che non slega mai l’aspetto reale da quello astratto. Una completezza inesauribile e una forza vitale irrefrenabile, che non lasciano indifferente il giovanissimo Rilke.
Lou aveva scelto consapevolmente di conoscere il sesso a 34 anni, quando iniziò ad avere le sue prime esperienze sessuali. Ma l’amore intenso e passionale lo conoscerà con Rilke, l’unico amore veramente completo, che lei stessa dirà di aver avuto.
Rilke, uno dei più grandi poeti austriaci, di origine boema.

Un giovane allampanato ed irrequieto, che cade spesso in stati di depressione. Un disagio mentale che Lou, piuttosto che ingabbiare e soffocare in cure psicanalitiche, aiuterà a trasformare in canto poetico. La cura attraverso la malattia. Questo è l’aspetto fecondo e vitalistico dell’analisi psicologica di Lou, che anticipa e completa la psicanalisi freudiana.
Cosa di questo giovane poeta, acerbo e dall’aria triste attrae Lou?
Rilke penetra nelle più profonde pieghe dell’anima di Lou e non confonde mai il suo atteggiamento di donna libera con la volubilità e l’infedeltà, neanche quando lo lascerà. “Tu mi hai preso il cuore, mia sorella, mia sposa, con uno solo dei tuoi occhi e una sola delle tue collane. Come è bello il tuo amore, mia sorella, mia sposa! E quanto più amabile del vino!”, canta Rilke.
Dopo tre meravigliosi anni di amore, dopo aver sostenuto Rilke, averlo aiutato nel suo disagio e attraverso il suo disagio, dopo avergli insegnato a camminare a piedi nudi sull’erba, Lou comprende che la relazione sta diventando una dipendenza affettiva. “Solo chi rimane completamente se stesso si presta alla lunga a venire amato, perché solo così, nella sua pienezza vitale, può simbolizzare per l’altro la vita, essere avvertito come una potenza di essa. Non vi è errore più grande nell’amore dell’adattarsi timorosamente l’uno all’altro e di uniformarsi a vicenda. Tutto questo sistema di concessioni reciproche va bene solo per quelle persone che devono stare insieme per ragioni puramente pratiche e impersonali e si rendono più facile nel modo più razionale possibile questa necessità”, dice ancora Lou in Riflessioni sull’amore. Il rapporto Tra Rilke e Lou resterà comunque vivo nel tempo, trasformandosi in una profonda amicizia, fino alla morte di lui, ironia della sorte, avvenuta undici anni prima della sua. Fu una profonda perdita per lei, perché solo Rilke e pochi altri amici, che la accompagnarono soprattutto nella fase finale della vita, ne compresero veramente la natura libera e totalmente estranea alle norme sociali e idee comuni.
A 50 anni Lou si avvicinò alla psicanalisi e, quindi, conobbe Freud.

Peters, nella sua biografia, racconta che Lou si recava alle lezioni di Freud, sedendosi in mezzo ad un auditorio completamente maschile e giovane, ed era solita, facendolo, sferruzzare a maglia. Si dice che se la psicanalisi non fosse nata ufficialmente nel 1900, Lou ne avrebbe iniziato la pratica molto prima. Il suo intuito, la sua sottile analisi, il suo senso pratico, la capacità empatica con cui si poneva di fronte alle difficoltà degli altri, ne facevano una sensibile ed acuta psicanalista ante-litteram.
Con il trascorrere degli anni, la formazione psicoanalitica che Lou apprese e la fitta corrispondenza con Freud, che la supervisionava a distanza, le permisero di iniziare a praticare. La sua attività psicanalitica si concluse solo nel 1937, con la sua morte, che avvenne due anni prima di quella di Sigmund Freud.
Fu Freud a comporre il necrologio per Lou: “donna straordinaria (…) di rara modestia e discrezione, che non parlava mai delle sue stesse creazioni poetiche e letterarie e che sapeva bene dove bisogna cercare i veri valori della vita; chiunque l’avvicinasse riceveva un’impressione fortissima dell’autenticità e dell’armonia della sua natura e poteva asserire, non senza stupore, che tutte le debolezze femminili, e forse la maggior parte delle debolezze umane, le erano estranee o erano da lei state superate nel corso dell’esistenza.”

Lou non fu una pioniera del femminismo, né una mangiatrice di uomini, né una femme fatale. Fu semplicemente sé stessa, una donna, pienamente consapevole del tempo in cui viveva e delle possibilità che aveva per vivere a proprio modo. Fu amica indefessa e fedele di uomini e donne, leale con i propri avversari ed avversarie, tenera e lucida con chi amava, sincera e caustica con chi doveva e voleva scendere a patti, passionale e carnale. “La donna non muore d’amore, ma si spegne per mancanza d’amore”, scrive in Devota e fedele.
Lou, visse per Amore, nell’“eterno rimanere estranei nell’eterna vicinanza”, come lei stessa dice in Riflessioni sull’amore.

