di Francesca Patton

“Mamma! La mappa!” esultò radiosa Alessandra davanti agli occhi attoniti dell’infermiera. Silvia scrutò con attenzione la figlia e iniziò a farsi seria.
“La mappa dici?” le domandò con calma.
“Sì, la mappa del tesoro” rispose la bimba allungando le mani verso il foglio bianco contenente un Qr-code che la mamma teneva in mano.
In ambulatorio Silvia ci andava raramente e sicuramente era la prima volta che portava con sé sua figlia. Pensò che quell’ambiente ospedaliero l’avesse spaventata al punto tale da immaginare di dover trovare un tesoro nascosto.
La bimba, però, iniziò a saltellare di gioia.
“Andiamo mamma! Abbiamo vinto!!!” disse felicissima.
“E dove andiamo?” le chiese Silvia fingendo d’aver capito.
“Leggi la mappa. Forza!” replicò la piccola incamminandosi fuori dalla struttura ospedaliera.
“Va bene, allora ora prendiamo la macchina e andiamo!” rispose con un pizzico di gioia.
Tutto ora stava prendendo forma. Ogni singola parola. Ogni singolo movimento. Mise in tasca la sua nuova mappa e si avviò verso l’automobile.
I ricordi, però, quelli scuri come la notte senza ombre che pervade boschi e torrenti e lascia all’udito la facoltà di colorare il tutto, iniziarono a farsi strada.
All’ospedale lei non c’era potuta entrare quando lo portarono via. Gli aveva detto solo: “Ti porto i vestiti. Ti seguo” e poi nulla.
All’ingresso della struttura ospedaliera non la fecero salire. “Area protetta”! Rimase lì per un po’, e infine dovette lasciare la borsa con gli indumenti puliti alle infermiere. Tentò numerose volte al giorno di parlare con lui, Andrea, suo fratello maggiore. Era un uomo forte, atletico. Uno di quelli che a solo guardarlo dava l’idea di potenza assoluta. Fisico marmoreo, muscoloso, senza un filo di grasso superfluo, energico, sempre pieno di attività e di cose da fare. Andrea, quello che a scuola era considerato iperattivo e che da grande aveva fatto il maestro di surf, ecco, lui ora era intubato con seri problemi polmonari.
Silvia era in lacrime. Aveva sempre amato suo fratello. Alle medie andavano a scuola assieme, lui era in terza quando lei era in prima ed era bello ai tornei interclasse di pallavolo o di pallacanestro averlo là, tra le tribune, a tifare per lei. Si sentiva protetta, sicura. Andrea era ben voluto da tutti gli studenti della scuola. E lei non aveva mai subito bullismo con lui accanto. Era la sorella di Andrea e questo era sempre bastato.
Adesso, all’età di trentasette anni, Silvia era là, fuori dall’ospedale Santa Chiara di Trento con un cellulare in mano che squillava a vuoto.
“Se ha qualcosa da chiedere in particolare chiami in reparto – le aveva detto un’infermiera – perché a volte i pazienti sono troppo deboli per rispondere”.
Quel deboli aveva risuonato a lungo nella sua testa. Andrea debole, per lei non era concepibile. Rientrata a casa, Alessandra ed Eleonora le erano corse incontro: “Come sta lo zio?”, “Lo hanno curato?”, “È in ospedale?” e le domande si susseguivano senza che lei potesse formulare una risposta. A suo marito Matteo bastò guardarla in volto per capire.
“Bimbe ora basta, andate a dormire” aveva esclamato.
Il giorno seguente le domande erano ancora lì vive che pulsavano nella mente delle bimbe. Fu allora che a Silvia venne un’idea.
“Venite qui – aveva detto con aria curiosa – ora vi svelo un segreto”. Alessandra ed Eleonora si avvicinarono alla mamma.
“Ascoltate bene. Voi avete visto qualcosa di strano in questi giorni?” domandò.
“Sì” rispose subito Eleonora, la più grande.
“E cosa?” chiese Silvia.
“La mascherina”.
“Bene, e poi, c’è altro?”
“La camionetta dei vigili del fuoco” aggiunse Alessandra.
“Sì, bene” e fece un attimo di pausa “E secondo voi, perché tutto questo?” chiese tenendo per mano le sue bimbe.
“Perché è carnevale!” esclamò Alessandra.
“No, perché è la festa delle famiglie” rispose Eleonora.
Matteo seguiva incuriosito la moglie con lo sguardo. La guardava dalla cucina mentre sorseggiava un caffè.
“Perché tutti noi ci siamo iscritti a un gioco!” e Silvia si fece seria.
“Che gioco?” domandò Eleonora.
“Si vince un tesoro. Dobbiamo rimanere in casa il più a lungo possibile. Nessuno ci può vedere. Solo uno di noi può uscire, ma solo per fare la spesa, per comprare da mangiare, e si deve mettere una mascherina per non essere visto. Se usciamo in giardino dobbiamo stare attenti a non essere visti. Possiamo salutare i vicini, ma solo con la mascherina addosso. Chi non rispetta queste regole viene portato via”.
“Come lo zio Andre?” chiese Alessandra.
“Sì, lo zio ha disobbedito a una regola del gioco e ora dovrà stare in ospedale per un po’”.
“Poi lo lasciano andare?” si premurò Eleonora.
“Sì, a gioco finito credo. Devo leggere meglio il regolamento”.
Fu a quel punto che subentrò Matteo: “Sì, esatto. Era il punto sette. A gioco finito lo zio potrà uscire”.
Le bimbe si guardarono meravigliate e iniziarono a ripetere la parola “tesoro” mentre Matteo sorrise teneramente alla moglie.
I giorni si susseguirono così, lentamente, tra un pasto e l’altro e quei tiepidi raggi primaverili che coloravano il giardino, i vetri e donavano un po’ di allegria alla solitudine della casa. Dall’ospedale poche e rare notizie mentre al telegiornale iniziavano a prendere vita mappe colorate dell’Italia. “È la mappa del tesoro quella?” domandò un giorno Eleonora davanti alle immagini che scorrevano al tg.
“No, cara, sono i colori delle squadre che partecipano. Al momento sono in testa i rossi, vedi?” aveva prontamente risposto Silvia.
Solo a distanza di qualche settimana, Alessandra, iniziò a dire: “Io sono stufa. Quando vinciamo il tesoro? Voglio uscire di casa”. E Silvia, con tutto l’amore che aveva in corpo, aveva risposto un semplice: “Con calma, ma oggi, andremo nel bosco”.
La giornata era calda e vicino a casa, a poche centinaia di metri, scorreva un torrente fresco. A Silvia venne l’idea di organizzare una gita in famiglia, di nascosto da tutti, per distrarsi un po’ e così, poco dopo, con zainetti e mascherine, uscirono tutti e quattro di casa facendo ben attenzione a non essere visti da qualcuno.
Una volta giunti nel bosco, le bimbe iniziarono a correre spensierate mentre Silvia guardava Matteo in cerca di protezione. “Stai tranquilla” le ripeteva. “Andrà tutto bene. Ne usciremo presto da tutto questo”.
Furono delle ore serene. Al torrente non c’era nessuno e tutto intorno il mondo sembrava immobile. Le strade erano vuote. Solo ogni tanto, ancora, si sentiva l’altoparlante dei vigili del fuoco che ribadiva: “Restate in casa, non uscite”. Per il resto erano gli uccellini ad avere la meglio. Il loro cinguettio e il fruscio del vento riempivano l’aria.
Quella sera al tg parlarono dei decessi da Covid-19. Furono numerosi in tutto il Paese, a Trento, però, solo uno era morto.
Sul telefono di Silvia per la prima volta apparve quel numero. “Andrea!” aveva esclamato con agitazione mentre dall’altra parte la voce commossa dell’infermiera aveva dato la terribile notizia. Silvia si rinchiuse in bagno. Tutto il mondo sembrava non avere più senso. Tutto il bene, tutto il male, ogni ombra, la notte e la luce, tutto era assurdo. Andrea non poteva essere morto così. Avrebbe voluto sentire ancora il suo abbraccio. Avrebbe voluto vederlo un’ultima volta. Avrebbe voluto averlo accanto per sempre. Avrebbe voluto essere lì con lui a lottare e non dietro a quelle maledette mura dell’ospedale!
Ai funerali era da sola. Solo un membro della famiglia poteva andarci. Nessun vero funerale per lui, ma solo una messa veloce tra pochissimi parenti prossimi muniti di FFP2 e poi, ancora una volta, quel silenzio assordante delle città, quel vuoto insensato, quel tutto cosmico fermo, quella sorta di assenza di tempo che ora odiava con tutta sé stessa.
Passò delle giornate interamente a letto. Spesso le veniva la nausea. Non aveva voglia di nulla. Le ci volle tempo, tutto quello esistente per tornare a uscire. Matteo aveva gestito la quotidianità con le bimbe e lentamente, come in un sogno, le persone poterono tornare a guardarsi senza maschere, in strada si poteva tornare a camminare e si poteva andare in gita, uscire dai propri comuni, andare in vacanza, al mare, usare la macchina, tornare al lavoro e le tenebre sembrarono svanire dietro al semplice ritorno della normalità.
Anche Silvia tornò alla normalità. Lentamente, molto lentamente si era leccata le ferite lasciate dal Covid-19. E ora, fuori da quell’ambulatorio, era finalmente pronta a riabbracciare la vita.
“Ma cosa ti hanno fatto al braccio?” chiese Alessandra.
“Un vaccino” stava per risponderle Silvia quando, all’improvviso, come un guizzo d’acqua riemerse il ricordo e rispose: “Mi hanno resa più forte”.
Estrasse il foglio dalla tasca contenente il suo greenpass e guardando negli occhi Alessandra disse: “Questa mappa dice che il tesoro lo dobbiamo cercare al mare”.
Alessandra spalancò gli occhi: “Tra le onde?”.
“Sì, tra le onde dello zio Andre” e sorrise al cielo sentendone il suo potente abbraccio.
(In memoria di tutte le vittime del Covid-19 e di mio zio Lanfranco Patton)

