di Paolo Maragoni
Ho guardato la prima stagione di Landman, nuova serie di Taylor Sheridan, pieno di aspettative visto il cast di livello. Mi è piaciuta molto, e più andavo avanti con gli episodi, più diventava difficile non pensare a una certa America che si è fatta sentire forte e chiara nelle ultime elezioni presidenziali. Il Texas crudo, polveroso, fatto di petrolio, orgoglio e individualismo, narrato da Sheridan, pare il manifesto visivo delle ragioni che hanno portato al trionfo di Donald Trump. E no, non è solo una questione di cappellini rossi, slogan incisivi e balletti da stand-up comedian.
Landman racconta le vite di chi lavora nel cuore pulsante dell’industria petrolifera, un mondo dove le regole le fa chi ha il petrolio e il potere, e dove il sogno americano è un concetto che si misura in barili estratti e conti bancari gonfi. Billy Bob Thornton interpreta il protagonista con il cinismo e la spavalderia che si addicono a un uomo che sa navigare nei meandri di un sistema corrotto ma profondamente umano. La narrazione della quotidiana fatica legata a quei pozzi diviene un viaggio totalizzante nella filiera dell’oro nero, che non risparmia nessun aspetto e nessuna angolazione allo spettatore, mostrando la disperata realtà degli operai, quasi tutti latinos, che rischiano di morire in ogni momento della giornata e lottano per difendere il posto di lavoro da poveri disperati come loro, in lista d’attesa.
La serie non ci risparmia il lato oscuro del petrolio: devastazione ambientale, diseguaglianze e una politica che spesso guarda dall’altra parte, ma resta tipicamente americana rispetto alla visione dell’industria petrolifera, incensata dal primo all’ultimo minuto. Una visione, dicevo, limitata e tipica di una certa America che ancora oggi coltiva l’idea di un’immutabilità sposata alla tradizione della Frontiera, che consente in luoghi come il Texas il riconoscimento legale di un accordo verbale, o che la proprietà privata sia un dio da difendere oltre ogni limite. La sola legge che Landman ci mette davanti è quella fatta di volontà, ambizioni e decisioni personali, il che poi trova totale realizzazione anche nei personaggi.
Insomma, un mondo spiccatamente repubblicano, raccontato coi toni di chi la sa lunga e se ne frega del Green Deal, rivendicando un’influenza decisiva sulle intere sorti del mondo, che però poche persone conoscono nel dettaglio, e che diviene una moderna corsa all’oro. Il trumpiano sogno del MAGA, in cui miliardari pieni di dollari e abbrutiti operai impoveriti lavorano insieme per accumulare fortuna e proteggerla: i primi, dai protocolli progressisti e dagli ecologisti e, i secondi, dalle nuove ondate migratorie.
Ed eccolo, il parallelo della serie con il trionfo di Trump dello scorso novembre 2024. Landman mette in scena quella classe lavoratrice bianca, spesso dimenticata, che si è sentita tradita dalle élite di Washington e New York; gente per cui il mito del self-made man è ancora vivo e vegeto, uomini che non hanno paura di sporcarsi le mani, che vedono nel petrolio non solo un lavoro, ma una missione. Questo spirito di resilienza e di sfida è quello che milioni di elettori statunitensi hanno portato nelle cabine elettorali per votare Trump: un miliardario che ha promesso, sapendo come mentire, di rimettere al centro proprio queste persone.
La serie, con la sua fotografia calda e polverosa, non è solo una narrazione sul petrolio. È un racconto sul potere, sull’avidità e sulla sopravvivenza, ma anche su una certa visione del mondo che fatica a morire. I personaggi di Landman non sono eroi nel senso tradizionale del termine, ma incarnano un’idea di America che si sente sotto assedio, che combatte per mantenere il proprio posto in un mondo che cambia troppo velocemente. Allo stesso tempo, le storie delle donne e degli immigrati nella serie aggiungono profondità, mostrando che il sogno americano è spesso una battaglia di resistenza più che di conquista. Pupe e damigelle da salvare evidenziano la limitatezza del cosmo femminile, ridotto a un insieme di Barbie sexy e cheerleaders, con tette e sederi al vento, o femmine con appeal da donna Alpha utilizzato per nascondere fragilità e desiderio di emancipazione soffocati dal sarcasmo e dal machismo degli Stetson.
Ecco perché “Landman” non è solo una serie su un’industria. È una finestra su una nazione divisa, su un conflitto culturale che va ben oltre le trivelle, su una società fatta di riflessioni maschie accettate da donne sempre belle, troppo frivole o molto agguerrite, condita da testosterone, e infiocchettata da ragionamenti filosofici sulla vita, la famiglia, l’economia e la legalità. E guardarla con un occhio attento ci aiuta a capire perché quel cappellino rosso con la scritta “Make America Great Again” ha trovato tanti seguaci che, nonostante le forme grottesche che coinvolgono i presidenti di molte nazioni, vedono l’America e buona parte del mondo con lo sguardo repubblicano, conservatore e oscurantista.
Ed è per questo, in fondo, che ci ritroviamo tutti a comportarci da Landman: alla ricerca di un equilibrio tra passato e futuro, tra nostalgia e progresso, in un mondo che sembra volerci strappare dalle nostre radici per piazzare una pleonastica bandiera su Marte.

