Vedere oggi Istanbul e parallelamente osservarla con gli occhi di Ahmet Rasim. Lettere da Istanbul, è il libro di Ahmet Rasim giunto a noi grazie al meticoloso lavoro di traduzione svolto da Angela Gurgo (in collaborazione con il professor Cristian Bedin).
Abbiamo incontrato la dott.ssa Gurgo e le sue parole ci aiutanoconoscere più da vicino l’anima autentica di Istanbul.
di Francesca Girardi
Dott.ssa Gurgo, le origini della Sua famiglia La vedono legata alla Turchia, ma Lei nella vita di tutti i giorni svolge una professione medica. Ci può raccontare la motivazione che l’ha portata ad avvicinarsi al mondo dell’editoria per contribuire a far conoscere le parole di Ahmet Rasim, autore turco vissuto tra il XIX-XX secolo.
È vero, io sono un medico e lavoro con tanta passione nel reparto di cardiologia di un ospedale universitario romano. Siccome ho sempre ritenuto che una persona per essere completa e per dare il meglio nel suo lavoro debba coltivare ogni aspetto del suo spirito, ho sempre cercato di trovare uno spazio nelle mie giornate per portare avanti i miei interessi extralavorativi, per seguire le mie passioni. Non è facile, lo ammetto, ma sono contenta di esserci riuscita. Tra le mie più grandi passioni ci sono la lettura e la Turchia e più in particolare Istanbul, a cui sono legata dalle mie origini familiari, infatti è la città dove mio nonno nacque e visse la sua gioventù ma che poi fu costretto a lasciare per motivi politici con l’avvento della Repubblica di Turchia (suo padre era stato Ministro degli Interni nelle ultime fasi dell’impero ottomano). Unendo le mie due passioni ho sempre letto con avidità tutti i libri della letteratura turca tradotti in italiano, nutrendo particolare interesse per quelli ambientati nelle ultime fasi dell’impero ottomano con cui saziavo la mia curiosità di conoscere l’ambiente e l’atmosfera in cui aveva vissuto mio nonno. Ad un certo punto mi sono trovata ad aver letto quasi tutti i libri che erano stati tradotti e per continuare a leggere libri di scrittori turchi l’unica via era leggerli in originale e tradurli io stessa. Negli anni avevo intrapreso lo studio della lingua turca e così ho potuto mettere a frutto le mie conoscenze avventurandomi nella traduzione. Ho conosciuto Ahmet Rasim, scrittore e giornalista vissuto a cavallo tra il XIX e il XX secolo, fino ad ora mai tradotto, attraverso le pagine del libro Istanbul del premio Nobel Orhan Pamuk che dedica a lui un intero capitolo. Pamuk ne parla come di un personaggio simpatico e curioso della realtà che lo circonda, considerandolo una delle sue principali fonti di ispirazione. Questa presentazione ha acceso il mio interesse e così ho deciso di cimentarmi nell’impresa di tradurre un libro di questo autore.
Cosa ha significato per Lei incontrare Ahmet Rasim.
Dice bene “incontrare”, perché leggere le pagine di Ahmet Rasim è stato un po’ come incontrarlo infatti nei suoi articoli (le Lettere da Istanbul sono una raccolta di articoli che Ahmet Rasim pubblicava in una rubrica su un settimanale dell’epoca) Rasim utilizza colori sempre molto vividi e resoconti molto minuziosi che rendono le sue descrizioni talmente realistiche da far sentire il lettore trasportato al suo fianco in quella realtà. Non solo, Rasim molto spesso parla in prima persona, cita le sue esperienze di quotidianità spicciola, ci informa dei suoi gusti e delle sue golosità, condivide con il lettore piccoli episodi della sua vita di tutti i giorni. Posso dire che la traduzione di questo libro è riuscita a saziare la mia avidità di conoscenza proprio di quella vita quotidiana di cui nessun libro di storia ha mai parlato e nello stesso tempo mi ha fatto conoscere un autore che mi ha ispirato molta simpatia. Ecco, forse proprio simpatico è il termine che più caratterizza questo autore che guarda il mondo che lo circonda con gli occhi curiosi del giornalista e lo sguardo sornione di chi sa godere dei piccoli piaceri della vita di tutti giorni.
Nelle lettere di Ahmet Rasim si trovano, come Lei racconta, …dei piccoli affreschi della vita quotidiana della Istanbul dei primi del’900, dipinti con sapienti pennellate di colore e brio, spesso spolverate da un sottile velo di umorismo… È un’atmosfera che ancora oggi Istanbul riesce a custodire? Colore e brio sono ancora peculiarità di questa città?
Istanbul è ormai una metropoli immensa, si parla di almeno ventidue milioni di abitanti, molti dei quali immigrati. Non solo, grazie al suo immenso patrimonio artistico, alla sua storia millenaria, alla sua posizione straordinaria affacciata su due continenti e anche, ultimamente, al successo delle serie tv turche, Istanbul è una meta tra le più gettonate dal turismo internazionale e ogni giorno si riversano nelle sue strade milioni di persone. Tutto questo inevitabilmente ha fatto perdere parte del carattere autentico almeno alle zone più centrali. Ma nonostante tutto rimangono molte oasi cittadine in cui si può ancora gustare il sapore antico della Istanbul di Ahmet Rasim. Penso a quelli che un tempo erano piccoli villaggi di pescatori sulle sponde del Bosforo, come Çengelköy, Kanlıca, Büyükdere e che oggi fanno parte della municipalità di Istanbul, zone rimaste incontaminate dal turismo di massa e in cui si può ancora sorseggiare un bicchiere di çay (il te) lasciandosi cullare dal brontolio delle onde e dal canto dei gabbiani che planano sulle acque del Bosforo o ancora, a pochi passi dalla affollatissima piazza Sultanahmet, su cui si affacciano Santa Sofia e la Moschea Blu, scendendo verso il Mar di Marmara attraverso le strade di Kadırga fino ad arrivare all’antico porto di pescatori di Kumkapı, si può provare il piacere di fare una passeggiata in un quartiere molto popolare, incontrando ora una piccola moschea, ora una chiesa armena, ora un fornaio dove gli abitanti del quartiere comprano i tradizionali simit (tipiche ciambelle croccanti ricoperte di sesamo) per la loro colazione. E poi, è anche vero, come molti sostengono, che si conosce a fondo una città solo visitandone i suoi mercati, così tutti i colori e i sapori tradizionali della città si possono trovare anche nei tanti mercati rionali in cui si affollano le donne, fra i molti mi piace ricordare il “Çarşamba pazarı” ossia il mercato del mercoledì, che si tiene nelle strade del quartiere di Fatih. Qui si trovano banchetti carichi di tutti i tipi di beyaz peynir (letteralmente formaggio bianco), quello che noi chiamiamo feta e di mille verdure sapientemente accatastate utilizzando scale cromatiche che nemmeno un abile pittore saprebbe rendere in tutta la loro bellezza.
Un affresco di Rasim che le è rimasto nel cuore…
L’affresco che mi è rimasto nel cuore è quello forse un po’ velato di malinconia in cui Rasim descrive la struggente bellezza di una sera lungo le rive del Bosforo dove si insinua il piccolo corso d’acqua Göksu (letteralmente acqua del cielo):
“…Il cuore desidera trascorrere in quel luogo la notte e vedere lì la mattina successiva. Non appena la notte riveste il cielo con la sua coltre stellata, giunge agli spiriti e alle menti stanche una sensazione di gioia derivata dal refrigerio e dall’allegria. Brezze che portano pace e serenità lambiscono le fronti sudate.
Quando il Göksu rimane nell’ombra, in quella leggera oscurità gli ultimi brillii del sole al tramonto creano un riflesso ineguagliabile. Nell’istante in cui le punte delle foglie protese verso l’acqua e ogni lato dei rami ripiegati verso terra si scuriscono, risaltano i contrasti cromatici. Allora un rumore lontano, che proviene grave dall’interno e si affievolisce man mano che s’avvicina, rievoca il ritorno delle voci allegre che un tempo erano solite riecheggiare lì. Si avverte una strana tristezza propria del mondo dei sentimenti, come se un ricordo trasformatosi in un suono leggero, continuasse a ripetersi. Si gioisce nel cercare un pretesto per piangere. Più la barca avanza, più le ombre si imbruniscono. Si arriva dove non si può procedere oltre. Un vuoto che ricorda un corridoio lungo, buio, tremante, profondo, una desolazione che provoca afflizione e infonde timore. Ecco l’ultimo panorama poetico di Göksu.”
Riporto una frase di Ahmet Rasim: “la bellezza del panorama è nella sua tristezza”. Quale significato, e messaggio, si nasconde dietro queste parole.
Questa frase di Ahmet Rasim, utilizzata da Orhan Pamuk come incipit del suo libro, è forse uno dei motivi che mi fanno sentire più vicina a questo autore. Anche io scorgo nella bellezza di Istanbul questo velo di malinconia che si appoggia lieve su ogni panorama della città e che forse può cogliere solo lo sguardo di chi, dopo aver girato freneticamente per le strade, le moschee, i musei e i bazar, fermandosi si lascia cullare dalla musica della città fatta di un fondersi di canti di muezzin, urla di gabbiani e sirene dei vapur, e, abbracciando con gli occhi il panorama, riesce a precepirne l’anima.
L’autore turco si pone come una sorta di guida di scorci appartenenti all’autentica Istanbul degli anni ’30 del secolo scorso, e tra le pagine del libro si incontrano anche due mappe (opera di Beste Gürel). Sono mappe che accompagnano a incontrare, tra vie e vicoli, le differenze, ma anche i punti di incontro tra la Istanbul del passato e la Istanbul di oggi?
L’idea di aggiungere al libro le mappe è stata di Cristiano Bedin, professore di letteratura italiana all’Università di Istanbul, insieme al quale ho tradotto il libro. Le mappe, disegnate apposta per il libro, accompagnano il lettore fra i luoghi citati da Ahmet Rasim che si sposta ora con la carrozza ora con il traghetto tra i molti quartieri di Istanbul. Servono ad aiutare il lettore ad orientarsi fra nomi di luoghi non sempre noti ai più. A me piace immaginare che possano servire anche come guida per una ipotetica escursione di Istanbul sulle orme di Ahmet Rasim, ripercorrendo i posti di cui l’autore parla e perché no, fermandosi come lui ad assaporare i piatti della cucina turca in una trattoria affacciata sul Bosforo. Ecco, questo è un consiglio che vorrei dare ai lettori, lasciatevi guidare da Ahmet Rasim, grande conoscitore di Istanbul. Io stessa, accompagnata da Cristiano Bedin, nel mio ultimo viaggio a Istanbul, ho passeggiato tra le strade di Vezneciler, più volte citate da Ahmet Rasim.
Essere traduttrice, e aggiungo interprete del mondo turco, l’ha portata ancora più vicina a Istanbul?
Innanzitutto la ringrazio per avermi considerato “interprete del mondo turco”. Se riuscissi a far conoscere anche solo un po’ di più la cultura turca in Italia, ancora molto imbrigliata da luoghi comuni e retaggi atavici ancorati al sempre citato “Mamma li Turchi!”, sarei molto felice. Per rispondere alla sua domanda direi che sentirmi più vicina a Istanbul di quanto già mi sentissi sarebbe difficile. Io Istanbul ce l’ho nel sangue. Forse perché mi sono sentita sempre un po’ come una pianta che trae la linfa dalle proprie radici. Diciamo che tradurre il libro, che oltre ad essere una lettura piacevole e per certi versi anche divertente, rappresenta anche un documento importante riguardo a molti aspetti della vita quotidiana della città a cavallo far il XIX e il XX secolo, mi ha portato ad una conoscenza più approfondita della città, della sua storia e soprattutto delle sue abitudini. Posso considerarlo una tappa ulteriore nel mio rapporto d’amore con Istanbul che, come ogni storia d’amore, cammina, va avanti, si approfondisce.
La traduzione dei testi di Ahmet Rasim, svolta con il professor Cristiano Bedin, professore di Letteratura Italiana all’Università di Istanbul, ha richiesto un lavoro di grande approfondimento e ricerca. Dopo questa esperienza, come è cambiato, se è cambiato, il rapporto con le parole di Ahmet Rasim.
Onestamente io, come la maggior parte degli italiani ma direi più in generale degli occidentali, non avevo mai conosciuto le parole di Ahmet Rasim. L’impresa, e di vera e propria impresa si è trattato, di questa traduzione mi ha appassionata e emozionata ma, debbo ammettere che nel cimentarmi in essa non avevo tenuto conto delle grandi difficoltà che avrei incontrato legate soprattutto al fatto che la lingua utilizzata da Ahmet Rasim è una lingua molto lontana dal turco parlato oggi per cui ha richiesto tempi lunghi, consultazioni con il vocabolario ottomano, ricerche. Talvolta le frasi mi sembravano veri propri rebus che mi tenevano impegnata a lungo e che, senza la collaborazione di Cristiano Bedin, non sarei riuscita a risolvere.
Va tenuto conto che le Lettere furono scritte per la maggior parte fra il 1897 e il 1899 e che nel 1928 fu promulgata per volere di Mustafa Kemal (Atatürk) la riforma della lingua che portò un profondo cambiamento nella lingua turca con un’opera di turchizzazione che mirava ad edulcorarla dalla gran parte dei termini di derivazione araba e persiana.

