Rivista bimestrale di cultura e costume Registrazione presso il Tribunale di Roma nr. 170/2012 dell'11/06/2012

Il soprannaturale in Jane Eyre

di Alessandra Tesei

 

Il soprannaturale simbolico

A haunted novel

Jane Eyre è un romanzo infestato da diversi tipi di spettri. Sarebbe forse più giusto utilizzare il termine pervaso, poiché ha un’accezione più positiva: gli spettri che infestano sono generalmente visti con occhio negativo, mentre gli spettri di Jane Eyre, che pervadono il romanzo, le sono necessari, sia che lei debba lottare contro di essi, sia che li accolga come elementi fondamentali per la propria crescita.

Alcuni di questi spettri sono interiori e personali – come il passato di Jane e i suoi sentimenti, espressi o repressi – altri riguardano la società vittoriana, fortemente patriarcale, che cerca di reprimere particolari aspetti della donna e di sottometterla a qualsivoglia autorità maschile.

Jane è la damsel in distress che attraversa le varie stazioni tipiche del romance e del gotico e contemporaneamente compie un viaggio personale di cambiamento e crescita.

Si potrebbe affermare, portando la storia all’estremo, che Jane compia una catabasi, ovviamente nel mondo dei vivi, che la porta attraverso diversi inferni e purgatori (Gateshead, Lowood, Thornfield, in cui deve sopportare oppressioni, terrore, inquietudine, amore tormentato), fino all’anticamera del paradiso (Marsh End, dove trova una famiglia e raggiunge l’indipendenza economica) e al paradiso (Ferndean, luogo finale dell’amore della sua vita) del quale il lettore ha solo un breve accenno se confrontato con gli altri luoghi. Brontë vuole raccontare il percorso: il lieto fine è importante, ma non quanto il viaggio compiuto per raggiungerlo. Se davvero in questo lieto fine Jane riuscirà a fermare il ritorno di tutti i suoi spettri non possiamo esserne sicuri; è certo però che la sua forza per affrontarli sarà molto più grande.

The red room

Il primo episodio apparentemente soprannaturale, molto intenso, di cui Jane fa esperienza durante l’infanzia e che ricorderà per tutta la vita è quello che ha luogo nella red room, la stanza rossa di Gateshead.

Jane viene chiusa dalla zia Reed all’interno di questa stanza, come ingiusta punizione per aver reagito alle continue prepotenze del cugino John. Brontë pone quest’episodio all’inizio del romanzo, nel secondo capitolo, forse per dirci che il turbamento e l’inquietudine che Jane proverà dentro quella stanza saranno sentimenti che l’accompagneranno per molti degli anni a venire.

Solo la descrizione della stanza potrebbe provenire da un classico romanzo gotico: con il suo mogano, i suoi tessuti rossi e la sua oscurità è il luogo ideale per suscitare paura. Jane teme però la stanza anche per un motivo ben preciso, è lì infatti che nove anni prima morì suo zio Reed.

La bambina ha un’immaginazione molto sviluppata e un bagaglio di forti sentimenti che non riesce a trattenere né reprimere; questi fattori la rendono estremamente emotiva e fanno sì che abbia una paura folle di vedere lo spirito dell’uomo che torna dall’oltretomba per vendicare i torti subiti dalla nipote. Nelle lunghe ore di prigionia nella stanza, Jane non vedrà nessun fantasma, ma Brontë, raccontandoci lo stato d’animo della bambina e l’ambiente in cui si trova immersa, crea degli spettri, li invoca, ed è come se Jane li avesse lì davanti a sé e noi lettori li vedessimo.

Nel momento in cui Jane – dopo aver capito che la porta della stanza è irrimediabilmente chiusa a chiave – passa davanti al grande specchio, vede il suo riflesso: questo è il primo spettro di Jane, il riflesso di sé stessa, più freddo e più oscuro della realtà. Un riflesso in cui si vede piccola, pallida e con occhi pieni di paura. È così che pensa la vedano gli altri, poiché non passa attimo della sua vita in cui non venga insultata e criticata dai suoi parenti, coloro che la dovrebbero amare. Soltanto Bessie, la governante dei Reed, ha dei momenti di affetto verso di lei, ma con i suoi racconti della sera e le sue superstizioni è anche una delle fonti dei timori della bambina.

Jane vuole disperatamente uscire dalla stanza rossa, fuggire da quella triste visione di sé stessa e per farlo crea, anche a costo della sua salute, un altro spettro, quello di suo zio. È come se paradossalmente volesse vederlo, in modo da avere un motivo per fuggire.

Jane riesce effettivamente a uscire dalla stanza dopo essere svenuta, poiché i suoi nervi non hanno resistito. Esce accolta solo da qualche premura da parte di Bessie, ma da nessuna dolcezza o comprensione da parte di nessuno della sua famiglia. Non è un caso che Jane affronti sua zia Reed proprio dopo questo drammatico episodio; mentre è dentro la stanza, infatti, vedendo quel riflesso-spettro di sé stessa, la bambina comprende la sua infelicità, capisce di non far parte della sua cosiddetta famiglia, di non essere come loro e, dopo la notizia della sua cacciata da Gateshead e del suo prossimo ingresso a Lowood, comprende la sua estraneità ed è pronta ad allontanarsi.

Questo primo episodio di falso soprannaturale è necessario per Jane, rendendola consapevole di qualcosa che riguarda sé stessa fa sì che esprima i suoi sentimenti e che pensi all’allontanamento da Gateshead come a una benedizione.

Le due madri

L’atmosfera gotica che circonda la partenza da Gateshead in direzione Lowood non fa presagire nulla di buono al lettore, e in effetti la futura scuola di Jane sarà per lei, almeno all’inizio, un nuovo motivo di sofferenza.

Jane inizia il suo nuovo viaggio non con eccitazione e aspettativa, ma con il fatto di dover resistere al freddo e alla notte, simboli di ciò che all’inizio troverà a Lowood.

Il viaggio stesso è accompagnato da tempo infausto. Ci sembra di assistere a una scena da racconto del terrore: Jane che, in una tempestosa oscurità, è inghiottita dalla sua nuova casa.

A Lowood non avviene nessun episodio soprannaturale, né falso né reale, ma le due fondamentali persone che Jane incontrerà lì dentro, Helen Burns e Miss Temple – con le quali instaurerà un rapporto basato sull’affetto, l’ammirazione e l’amore – avranno un effetto soprannaturale su di lei, la cambieranno e le daranno la possibilità di crescere in modo migliore.

Jane è una bambina che ha dovuto sopportare oppressioni e cattiverie, oltre ad aver subito la perdita di entrambi i genitori. Ha una grande rabbia dentro di sé e sentimenti che non può e non vuole reprimere; ha così costruito per sé un meccanismo di difesa che la fa reagire ai rimproveri con violente emozioni. È proprio Helen a insegnarle la sua prima lezione di bontà – verso gli altri e verso sé stessa – e di umiltà. Helen è sempre vicina a Jane nei suoi momenti di disperazione, le fa da madre e, proprio dopo il rimprovero di Mr. Brocklehurst, mentre Jane è in piedi di fronte a tutte le sue compagne, è Helen che con uno sguardo e un sorriso le infonde la forza per sopportare quell’umiliazione. Jane riesce a controllare la sua crescente isteria grazie a un solo sguardo di Helen, come fosse una cura per lei.

L’altra madre è Miss Temple, che Jane incontra al suo arrivo a Lowood, e che la fa sentire subito al sicuro, con la sua aura di dolcezza e comprensione. La bambina è attratta dall’insegnante – come lo è verso Helen – sente che entrambe hanno un’influenza benefica su ciò che le circonda.

Nell’ottavo capitolo, troviamo un’immagine che riunisce le tre protagoniste e ci mostra un momento che agli occhi di Jane ha un’estrema intensità: Miss Temple accoglie Helen e Jane nella sua stanza, offre loro tè e cibo e insieme conversano, come amiche o sorelle.

Ciò che succede quando queste due donne sono presenti vicino a Jane sfiora il soprannaturale, Helen e Miss Temple hanno un’influenza reciproca fortissima, ed entrambe suscitano in Jane un senso di meraviglia che la tocca profondamente. Tutte e tre si curano a vicenda.

Dopo la morte di Helen, Miss Temple rimarrà vicina a Jane durante il tempo in cui resterà a Lowood.

Brontë non ci racconterà gli otto anni successivi, ma ci mostrerà Jane adulta, diciottenne, subito dopo la partenza di Miss Temple. Divenuta un’insegnante e trasformata nel contegno esteriore, Jane reca le tracce lasciatele dalla sua amica e madre spirituale.

Nel momento in cui Miss Temple se ne va da Lowood però, Jane, come se un incantesimo si fosse spezzato, inizia di nuovo a provare dentro di sé l’inquietudine che provava da bambina, a sentire il desiderio di andarsene.

La partenza di Miss Temple spinge Jane ad andarsene, a cercare un nuovo lavoro come istitutrice, a muovere quindi un altro passo avanti nella sua storia. Helen e Miss Temple sono state fondamentali per la crescita di Jane ma, per quanto la sua esteriorità possa essere cambiata e maturata, la sua inquietudine è sempre dentro di lei.

 Thornfield

L’ancestral home gotica – la dimora dal passato oscuro che racchiude un mistero al suo interno – sarà la casa della vita di Jane. Di nuovo, la protagonista vi arriva con l’oscurità, solo deboli luci a illuminarla, ma questa volta ad accoglierla c’è la brava Mrs. Fairfax, che subito la mette a proprio agio.

Brontë ci descrive l’interno della casa, che ha quasi le sembianze di una chiesa fredda e vuota. È una casa tipicamente gotica, luogo ideale per incontrare spettri, che siano reali o simbolici. Proprio durante il suo primo giorno nella dimora, infatti, mentre insieme a Mrs. Fairfax sta visitando l’oscuro terzo piano dell’edificio, Jane sente l’inquietante risata di una persona provenire da una delle stanze: questa, Mrs. Fairfax rassicura Jane, appartiene a Grace Poole, una semplice domestica.

Brontë riempie di attesa il lettore, crea suspense, per poi eliminare ogni aspetto romantico; vuole porre l’attenzione non su cosa Jane vedrà, sulla visione oggettiva, ma su ciò che la ragazza prova, sulla sua percezione di quello che ha intorno: il paragone che Jane pone tra il corridoio di Thornfield e quello del castello di Barbablù ci prepara già alla scoperta finale di Bertha Mason, la moglie pazza tenuta nascosta da Rochester, alla quale appartiene la risata disumana. È come se Jane sentisse già tutto questo; il suo modo di guardare la casa, la sua sensibilità, le fanno intuire che c’è qualcosa sotto la superficie.

L’incontro tra Jane e Rochester avviene invece solo dopo alcuni mesi dall’arrivo della ragazza a Thornfield, mesi in cui torna lo spettro dell’irrequietezza in Jane, giunto a causa della troppa tranquillità del suo lavoro e della sua vita casalinga; cresce il suo desiderio di cambiamento. Vorrebbe forse che quella risata che continua a sentire provenga davvero da un essere soprannaturale, anziché da quella strana domestica senza interesse; si scusa perfino con il lettore per il fatto di dover descrivere una così poco interessante verità. Jane vorrebbe sempre qualcosa di più, che le faccia provare forti emozioni ed esprimere le sue passioni, e questo qualcosa arriverà con Mr. Rochester.

Il loro incontro avviene lungo la strada di campagna tra Thornfield e il villaggio di Hay, al calare della sera; anche in quest’occasione, Brontë decide di descriverci l’episodio rivestendolo di mistero: Jane sente un rumore di passi che si avvicinano e subito le tornano in mente i racconti della sera di Bessie, quand’era a Gateshead.

Torna l’attesa di Jane per qualcosa di soprannaturale, attesa che verrà delusa dalla comparsa di Rochester, uomo in carne e ossa. Di nuovo Brontë delude anche il nostro desiderio di soprannaturale per porre l’attenzione sullo stato d’animo di Jane, desiderosa di novità e avventure. L’immaginazione di Jane, come del resto la sua irrequietezza spirituale, è incessante, ed è forse anche questo a renderla così ricettiva e percettiva. È proprio Rochester ad alludere a questo aspetto di Jane, probabilmente senza intenderlo con serietà, ma cogliendo l’aura che circonda la ragazza.

Questa benefica influenza che Jane ha su Rochester crescerà con il passare dei giorni e in un attimo di particolare emotività l’uomo sarà sul punto di confessarlo alla ragazza. Rochester ha un passato e un presente che lo perseguitano, e quando tanti anni prima rinchiuse la moglie impazzita in quella casa sapeva che stava forse dando inizio alla realizzazione di una profezia secondo la quale avrebbe vissuto una vita piena di rimorso, tristezza e solitudine, e in cui non avrebbe potuto sentirsi in pace nemmeno a Thornfield. L’arrivo di Jane smentisce la personale profezia di Rochester: ora l’uomo, nonostante il terribile segreto che nasconde, riesce a pensare di riuscire un giorno a essere felice.

Jane, la strega buona, modifica il destino di Rochester, cambiando anche il proprio. È lei inoltre a salvarlo dall’incendio provocato da Bertha, ulteriore episodio in cui Brontë mostra la sua abilità gotica; quella notte, è Jane l’unica a sentire che qualcosa non va, l’unica a percepire un pericolo. Dopo aver di nuovo sentito la risata demoniaca, la ragazza si accorge del fuoco nella camera di Rochester e corre a salvarlo. Le verrà detto che l’incendio è stato provocato da Grace Poole, l’ufficiale capro espiatorio a Thornfield, ma è ormai ovvio che Jane ha compreso che la dimora e il suo padrone nascondono un grande segreto.

Bertha Eyre e Jane Mason

Lo spettro che infesta Thornfield Hall ci sarà rivelato poco prima delle nozze tra i due protagonisti. Brontë ci mostra un’immagine di Bertha che potrebbe essere la descrizione di un tipico terrore gotico: la donna entra nella stanza di Jane, la notte prima delle nozze, per strappare il suo velo; questa è la prima volta che Jane la vede davvero.

La perdita di sensi di Jane, la seconda della sua vita, ci riporta insieme a lei a Gateshead, nella stanza rossa, al terrore che ha provato credendo di vedere lo spettro di suo zio. Qui è invece sicura di aver visto uno spettro; l’attesa insostenibile di qualcosa di soprannaturale all’interno della red room si ripete, più lunga, a Thornfield. Jane, durante i mesi di residenza nella dimora, continua a sentire la diabolica risata, percepisce un segreto e probabilmente un pericolo e, appena la sua tensione raggiunge il grado massimo, vede ciò che la sua mente è preparata a vedere. A Gateshead, Jane crea e invoca il falso spettro per riuscire a scappare dalla stanza rossa; a Thornfield avviene qualcosa di simile, con la differenza che lo spettro non è nella sua immaginazione, ma è una donna reale. Questa donna è però anche lo spettro di Jane, rappresenta l’inquietudine che la accompagna da quand’era bambina, è la sua sensazione di sentirsi sempre imprigionata.

Nonostante Rochester sia l’amore della sua vita, Jane, anche non ammettendolo con sé stessa, comprende che il loro matrimonio non sarebbe giusto per lei, poiché non sarebbero davvero uguali, né a livello di indipendenza economica e nemmeno a un livello più profondo, spirituale. Il loro è ancora un rapporto tra master e servant: Jane considera Rochester quasi un idolo e l’uomo, pur amando la ragazza, crede di potersi permettere di non essere sincero nei suoi confronti, ponendola così a un livello inferiore al proprio.

La mattina del giorno del matrimonio, Jane si guarda allo specchio. Questo riflesso della Jane sposa richiama il riflesso della Jane bambina nella stanza rossa ed è il riflesso uguale e contrario di Bertha, simbolo del passato di Rochester e dell’interiorità di Jane, che strappa il velo di un matrimonio che ancora non s’ha da fare. Rochester deve espiare i propri peccati, Jane deve ancora compiere altri passi prima di poter raggiungere la serenità.

Lo spettro di Bertha è quello che più di ogni altro Jane deve combattere e accogliere, poiché è il suo complementare.

Gli spettri di Jane, i suoi riflessi, la visione mostruosamente gotica di Bertha, che è l’altra Jane, la società patriarcale, che considera la donna inferiore rispetto all’uomo, che le impedisce di esprimere le sue passioni e i suoi desideri: sono questi gli spettri contro i quali la protagonista deve combattere, ma che

fanno anche parte di lei, poiché le permettono di evolversi, attraverso la lotta tra i suoi personali opposti.

  

Il vero soprannaturale

La storia d’amore tra Jane e Rochester è descritta fin dall’inizio come un incantesimo che colpisce entrambi; questi due spiriti affini sono inoltre testimoni dell’unico vero episodio soprannaturale del romanzo, la loro comunicazione telepatica.

Il loro primo incontro è cosparso da un’atmosfera incantata. I due protagonisti si sentono già attratti l’uno verso l’altra; nel momento in cui Rochester cade da cavallo Jane rimane ad aiutarlo e l’uomo, nonostante detesti dipendere dagli altri, si lascia aiutare da lei. Quando Jane ritorna a Thornfield, dopo essersi separata dallo sconosciuto cavaliere, avverte una nuova sfumatura dentro di lei: come fosse stregata, ammaliata, porta con sé l’inizio di qualcosa.

Conversazioni

Il primo vero dialogo tra Jane e Rochester avviene il giorno dopo il loro incontro sulla strada di campagna. Questa loro conversazione ha da subito l’aspetto di uno scambio tra persone dello stesso livello, travestito da colloquio di lavoro. Jane non prova né paura né soggezione nei confronti di Rochester, i modi bruschi e accigliati dell’uomo la mettono a proprio agio, è attratta e incuriosita da lui: ha la sensazione di parlare con qualcuno che la considera sua pari.

Le conversazioni tra Jane e Rochester sono oneste. Entrambi sentono da subito il bisogno di essere sinceri l’uno con l’altra; hanno la sensazione di conoscersi da molto tempo, non ci sono né imbarazzo né inutili convenevoli tra loro. Jane, nonostante conosca Rochester solo da pochi giorni, è capace di notare le sfumature di espressione dell’uomo e non cerca di adularlo, si sente libera di dire la verità.

La Jane che è dentro di lei – l’irrequieta e passionale Jane – ha riconosciuto in Rochester qualcuno che non la giudica, che la comprende, e benché ancora si trattenga nel contegno esteriore, con lui può permettersi di essere sé stessa. Rochester la conosce già, è l’unico a vedere ciò che lei è sempre stata e se ne innamora; nel momento in cui le racconta il suo passato avverte la strana necessità di confidarsi e forse giustificarsi con lei.

L’incantesimo ha colpito contemporaneamente entrambi, e contemporaneamente li trasforma. Rochester è sicuro del bene che Jane gli può fare. Il loro è un rapporto in cui si percepiscono e si vedono a vicenda. Jane capisce che Rochester è capace di vederla davvero: la conosce, e può riportare alla luce le sue vere emozioni, senza che queste siano attenuate dalla serietà che le è stata impartita dalla società e Rochester a sua volta può solo essere sincero con Jane, poiché in lei ha trovato lo strumento per la sua cura.

L’ippocastano

La sera in cui avviene la dichiarazione d’amore tra Jane e Rochester, i due si trovano nel giardino di Thornfield Hall; Brontë ci descrive un ambiente e un momento presi in prestito da un racconto fantastico, una fiaba. Jane non vuole essere vista da Rochester, cerca di nascondersi mentre osserva l’uomo, Titania che scruta il suo Oberon in una sera di mezza estate.

Rochester avverte la presenza di Jane: nel giardino di Thornfield è lei a diventare lo spettro che vorrebbe infestare quel luogo per sempre, poiché lì ha trovato la sua casa, che non è solo un mero edificio, ma una persona.

Il momento della loro unione deve però essere nuovamente rimandato e Brontë, prima di spiegarne il perché, inserisce motivi che fanno presagire questa separazione.

Il grande ippocastano è il simbolo di Jane e Rochester, delle loro due anime insieme: un fulmine lo spezza in due metà. È un cattivo presagio che riguarda però solo il loro prossimo futuro, la loro separazione sarà temporanea; l’albero non si è spezzato completamente, alla base è ancora intero.

Passerà un anno prima che i due protagonisti possano incontrarsi di nuovo, un anno in cui Jane raggiungerà la sua completa indipendenza e Rochester acquisterà l’umiltà che necessita per diventare l’uomo migliore che desidera essere.

Homeward

È nel trentacinquesimo capitolo che avviene l’unico evento realmente soprannaturale del romanzo, un evento che forse non ha né significato simbolico né spiegazione razionale, ma che è la “prova” del legame extracorporeo che unisce Jane e Rochester: Jane sta per cedere e accettare la proposta di matrimonio di convenienza fattale da St. John Rivers, quando sente la voce di Rochester che la chiama disperatamente, una voce che non proviene da nessun luogo.

Questa voce sveglia Jane e la spinge senza più alcun indugio ad andare incontro a Rochester; ha la forza necessaria per muoversi, per decidere da sola, coraggiosa e illuminata.

Ci verrà poi rivelato che proprio in quel momento l’uomo sta supplicando che Jane ritorni, sta chiedendo l’aiuto che non ha mai chiesto in vita sua, e così anche lui riesce a sentire la voce extracorporea della ragazza.

Al suo arrivo a Ferndean – dopo essere venuta a conoscenza dell’incendio che ha distrutto Thornfield e dello stato in cui si trova Rochester – Jane descrive il luogo: con la natura folta e ombrosa che lo circonda, è profondamente diverso dalla dimora precedente e la ragazza si chiede se lì possa mai esserci vita.

Sì, può esserci vita in quel luogo, nuova e rigogliosa per due spiriti che si sentono e sono uguali.

Jane ha raggiunto la sua destinazione finale, resistendo ai dettami della società, rifiutando di rinnegarsi e respingere i suoi sentimenti. Sempre ascoltando la sua soprannaturale interiorità compie i propri passi, smette di avere paura del proprio riflesso, e invece lo crea creando sé stessa.

I due kindred spirits hanno ora la giusta forza per poter essere uniti l’una all’altro e insieme entrano nel bosco e si dirigono verso casa.