
Recensione di Anna Bertini
La Canaria di Mara Fortuna è in primis una bella storia, collocata con sapienza nella grande Storia.
Iniziano insieme al Novecento le vicende della famiglia Gennarelli, che, se ha per protagoniste principali le sorelle Ida e Giulietta – quest’ultima ha ribattezzato se stessa in Gilda –, non può fare a meno dell’entourage importante di personaggi comprimari per disegnare l’architettura di un’epoca, e di uno stile di vita destinato a essere cancellato dai grandi eventi che caratterizzarono il ventesimo secolo. Dalle guerre alle nuove ideologie, dalle nuove espressioni artistiche alle rivoluzioni del costume, Fortuna fa entrare grandi aneliti in gioco a fianco dei suoi personaggi, coinvolgendoli di persona nei cambiamenti, e soprattutto nella ricerca di una forma di espressione artistica. È poi lo stesso amore per l’arte che sovverte il quotidiano di una famiglia qualunque di Mergellina. Raffaele Gennarelli – che lavora insieme al fratello editore Emilio (realmente esistito, fondatore della Polyphon) – con la moglie e i quattro figli, ci vengono presentati proprio nelle stanze modeste del fare domestico restituito con poesia malinconica, forse nella consapevolezza di quanto terminale sia la piccola borghesia del Regno di Napoli, di fronte alla minaccia dell’anarchia, del socialismo, dell’avvento tecnologico che porterà tra le altre novità il Cinema, ma anche la macchina per l’elettrochoc. La Canaria è Ida, la minore delle tre femmine Gennarelli, animo inquieto e fragile, turbato da un talento quasi inesprimibile, quello che le fa comporre musica. Ma poiché è inaccettabile persino per lei essere donna e creare note e melodie, avere la musica come compagna di viaggio nella vita, la svagata ragazza ha affidato il suo insostenibile talento a una magica compagnetta, Immacolatella, amica invisibile, presenza spirituale e realtà magica, che la turba e la sostiene, ma che sarà anche la fonte delle incomprensioni che troverà in famiglia. D’altro canto, Giulietta, poi Gilda, sarà disposta a rincorrere un talento che forse neppure possiede pur di fuggire alla mediocrità del suo destino, e a differenza di Ida – di bellezza evidente e desiderosa in fondo di una vita semplice e realizzata negli affetti e nelle piccole cose – fuggirà nell’antro misterioso di una Napoli segreta, alla ricerca di occasioni desuete e così lontane da quelle che la sua semplice quotidianità lascia immaginare, nel mondo della film, popolato da personaggi quali Elvira Notari, prima regista donna italiana, precorritrice del neorealismo, ma anche di femmine malamente e di rivoluzionari pronti a salire sulle barricate.
Accanto a queste figure vivide di donne, scaturite dalla propria fantasia ma perfettamente collocate nell’ambiente di storiche svolte epocali, la scrittrice pone poi un personaggio realmente esistito, Amedeo Gennarelli, che di Ida e Gilda è il fratello, facendo così luce in maniera quasi encomiabile su una figura di artista; quello dello scultore napoletano allievo di Francesco Jerace, amico di Modigliani e dei maudit, vissuto e morto a Parigi. Con i suoi lavori tra il nouveaux e il neoclassico che l’omonimo del grande artista livornese espose al Salon des Artistes Francais, Gennarelli ci viene presentato nella dicotomia della libertà espressiva e della vita sregolata della capitale europea, da una parte, nelle radici partenopee del suo gusto, sviluppatosi nelle botteghe artigiane e nelle linee classiche della Magna Grecia, dall’altra, ma anche come sostegno amoroso e comprensivo al personaggio di Ida.
C’è nel raccontare di Mara Fortuna una cura per le atmosfere, spesso rarefatte, anche quando forti nelle tinte e con un sottofondo tragico; la cura per la lingua, scorrevole, coinvolgente e vicina all’animo del narrato, permette un avvicinamento al grande e al piccolo sentimento delle cose, che pure mai indulge al sentimentalismo. La narrazione ha carattere, è personale, non cerca modelli, anche laddove l’uso, inevitabile, del dialetto partenopeo e del ritmo di saga possano indurre a fare confronti con molti modelli di successo nel filone del romanzo storico.
La ricerca che sottende a La Canaria, non toglie affatto freschezza all’impianto di fiction di questo romanzo, che mi sento di consigliare caldamente a chi crede nell’incontro magico tra le Arti e la vita dell’uomo contemporaneo.

