Rivista bimestrale di cultura e costume Registrazione presso il Tribunale di Roma nr. 170/2012 dell'11/06/2012

Con gentilezza

 

 

di Paolo Maragoni

L’architetto si siede con lentezza sul divanetto rosso, spolverando con un gesto spontaneo il pantalone, come se ci fosse polvere. Non c’è. Il velluto è teso e pulito. Le luci sul palco sono calde, studiate: né troppo forti, né smorte. Le tende blu scuro sul fondale contornano la scena. Davanti a lui, studenti e studentesse dell’Accademia di Belle Arti. Alcuni prendono appunti su blocchi neri, altri scattano fotografie con discrezione. Nessuno parla.

L’architetto indossa un dolcevita morbido in cachemire color perla e un blazer grigio chiaro. Non ha bisogno di presentazioni, ma la mediatrice culturale procede lo stesso, leggendo con voce precisa e composta. Elenca i suoi premi, i progetti in Scandinavia, in Medio Oriente, e il suo impegno per una architettura gentile.

Lui sorride, quasi imbarazzato, poi si china verso il microfono.

Fa una lunga pausa. Attende che il silenzio diventi denso, pieno.
Poi parla.

“Progettare è, prima di tutto, un gesto di cura.”

Un bicchiere d’acqua gli viene riempito con discrezione. Sul tavolino basso, accanto alla bottiglia, ci sono pasticcini di frolla con confettura di albicocca. Ne sfiora uno, ma non lo prende.

“Lo so, può sembrare un’affermazione ingenua. Ma io ci credo. Credo che costruire spazi nuovi – anche solo mentali – sia il modo per restare umani. Anche… anche quando fuori c’è la Guerra.”

La mediatrice traduce, scandendo bene Guerra. In sala, qualcuno trattiene il fiato.
L’architetto si stringe nel blazer e incrocia le gambe.

“Mia nipote è stata chiamata al fronte. Lei è una soldatessa, come si dice? Una militare. Ha ventitré anni.”

Un mormorio attraversa la sala.

“Prima di partire, è venuta a salutarmi. Mi ha detto: ‘Zio, ho paura.’ Io le ho preso il viso tra le mani. E le ho suggerito: ‘Qualsiasi cosa accada, ricordati della gentilezza. Tienila con te, come una mappa. E non perdere la compassione. ’”

Prende un’altra pausa. Lunga.
Il tempo per la traduzione, ma anche per un pensiero che non dice.

Poi sorride, con una malinconia che non si può fingere.

Fuori dalla sua green house, con pannelli fotovoltaici e cappotto termico, la nipote ha stretto la cinghia dello zaino e si è avviata verso il convoglio. Sotto gli stivali, la ghiaia del vialetto ha scricchiolato come un addio.

È passata oltre le mura di cinta. Poi, oltre le colline. Infine, dentro un paesaggio che non era più terra, ma fumo.

Un campo profughi sorgeva dove prima c’era una scuola elementare.
I bambini tiravano calci alle pietre come fossero palloni, ridendo con una voce secca. I loro sorrisi erano vuoti di denti da latte, e pieni di cose non dette.

La soldata li guardava. Non piangeva. Aveva esaurito le lacrime nel viaggio.
Sistemato il casco, spianato il fucile, era in posizione.

Il Generale parlava negli auricolari, ripeteva che erano dalla parte giusta e il nemico era barbaro: il massacro era necessario, era un conflitto ad armi pari.

Lei non sapeva cosa pensare.
Solo che aveva promesso a suo zio di non dimenticare la gentilezza.

 

Sul palco, la mediatrice rabbocca di nuovo il bicchiere. L’architetto ringrazia con un cenno della testa.

Una studentessa alza la mano.

“Sì, prego” dice lui.

La ragazza ha i capelli rasati da un lato, un piercing al naso e al labbro inferiore. Domanda con voce ferma:

“Come si fa a parlare di spazi sicuri mentre fuori si bombarda?”

L’architetto non risponde subito.
Sorride.
Un sorriso non di circostanza, ma stanco.

“Non lo so” dice, onestamente. “Credo che la risposta ovvia sia… non si può. Ma si deve. Progettare muri, tetti, stanze, è un modo per dire al mondo: ‘Noi torneremo’. È un atto di fede.”

“Anche se fuori c’è il Genocidio?”, chiede un altro studente.

L’architetto si irrigidisce. La parola è forte.
La mediatrice guarda in basso, impacciata. Traduce con cautela.

“Sì. Anche se fuori c’è il Genocidio” ripete lui, sottovoce. “Perché progettare è l’unico modo che abbiamo per sognare un dopo. Un domani. Un’intimità che oggi sembra impossibile.”

Nel campo devastato, la soldata avanza tra i resti di case sventrate. In una stanza senza pareti, una sedia a dondolo ondeggia da sola. Un cane smagrito la segue per qualche metro, lei non lo scaccia, si ferma, e lui le lecca la mano.

Un altro ordine nell’auricolare. Bisogna entrare in un edificio occupato.
All’interno ci sono civili. Forse nemici. Forse bambini. Forse terroristi. Non si sa. Bisogna bonificare.
“Avanzate e fate pulizia”, dice la voce metallica del Generale.

La soldata si ferma.

Ripensa alle mani dello zio sul suo viso. Al suo odore: una miscela di cuoio e lavanda. Alla cucina col pavimento in legno caldo. Alla finestra grande. Alla luce. Alla pianta di basilico sul davanzale.

Poi spara.

Con gentilezza.

Nel foyer dell’auditorium, a fine conferenza, servono prosecco e tartine.
L’architetto resta seduto. Guarda i ragazzi che si muovono tra i vassoi. Alcuni ridono, altri discutono con passione.

Si avvicina una professoressa, una di quelle che organizzano incontri e seminari.

“Bellissimo intervento. Veramente toccante” gli dice.

Lui annuisce.

“Quella storia… della nipote, è vera?”

L’architetto beve un sorso d’acqua. Guarda fuori, oltre i vetri.
C’è un’aiuola curata, un albero spoglio, due piccioni che si rincorrono.

“Sì”, risponde.
“È vera.”

Tre settimane dopo, l’architetto riceve una lettera.

Scritta a mano, in stampatello.

Caro zio,

ho sparato. Ho fatto quello che dovevo.

Ma ho ricordato le tue parole.

Ho sparato con gentilezza.

Non so se esiste davvero, quella cosa lì. Ma ho cercato di non diventare pietra.

Qui attorno è tutto grigio. Eppure, oggi ho visto due bambini ridere. Uno mi ha chiesto se ero una mamma. Ho risposto no. Ha detto: “peccato”. Poi, mi ha offerto una caramella.

Tu disegni muri per proteggere. Io sono un muro che spara. Ma ti penso, ogni sera.

Quando torno, mi insegni a costruire una casa? Una vera?

Tua,

R.

L’architetto piega il foglio. Lo infila nel cassetto, sotto un volume di Le Corbusier. Poi, va alla finestra.
Fuori piove, lieve.

Un piccione si bagna la testa nella grondaia.