Rivista bimestrale di cultura e costume Registrazione presso il Tribunale di Roma nr. 170/2012 dell'11/06/2012

Scrivere, leggere, guarire un po’

Di scrittura e letttura  terapeutica si sente parlare sempre più spesso, soprattutto in questi tempi segnati dal malessere collettivo. Ma quali libri scegliere? Perchè prima di scrivere, il consiglio è sempre quello di leggere. Anche quando vogliamo sentirci meglio. 

di Paolo Maragoni

 

Viviamo in un tempo che ha nella velocità la propria misura di valore. Le agende si riempiono, i messaggi si accavallano, le giornate si consumano tra uno “sto bene” di cortesia e un “ci sentiamo presto” che non si verifica mai.
In questa corsa, chi soffre resta indietro. Non perché non abbia gambe, ma perché ha smesso di sapere dove andare.

Molte persone non chiedono aiuto, non per orgoglio, per paura: di disturbare, di apparire fragili, di non trovare qualcuno disposto ad ascoltare senza giudicare.
Eppure, si vedono. Se ci si ferma un momento, si riconoscono. Hanno occhi che cercano tregua, sorrisi trattenuti, e bisogno, più di ogni altra cosa, di uno spazio sicuro dove potersi raccontare senza essere corretti.

In questo vuoto di parole condivise, in questa solitudine troppo piena, strumenti come la biblioterapia e la scrittura terapeutica diventano non solo utili, ma necessari. Non risolvono i problemi, li attraversano con noi. Non offrono risposte pronte, ma restituiscono dignità alle domande.

C’è un tipo di dolore che non fa rumore. Non si vede. A volte, nemmeno si riconosce. È una stanchezza che si siede accanto a te la sera, quando i rumori calano e resta solo quello che hai dentro, e non sai dire a nessuno.

Molte persone, in quei momenti, si ritrovano a leggere. Altre cominciano a scrivere.

Spesso, senza sapere il motivo.

A volte, è nostalgia. Altre, è un senso di vuoto. Un bisogno di mettere ordine dentro, anche solo per capire da dove arriva quel peso muto che si trascinano da settimane, da mesi, da anni. È lì, proprio lì, che comincia – anche senza volerlo – la forma più gentile di cura che abbiamo a disposizione: la biblioterapia.

Non una terapia in senso medico. Ma un gesto d’intimità. Un modo per tornare a parlarsi.

La biblioterapia umanistica non prescrive soluzioni, ma possibilità. Non serve essere lettori forti, basta desiderare un momento di tregua. Ci sono libri che, senza alzare la voce, si siedono accanto a chi sta male.

Ad esempio, per chi attraversa il buio della depressione e ha smesso di sentirsi vivo, Le ore di Michael Cunningham sussurra con delicatezza che non siamo i soli a sentirci fuori posto nel mondo.

E le anime che si trascinano in giornate opache possono trovare uno specchio spietato, ma onesto, nei saggi di David Foster Wallace, in quel suo modo di raccontare la crociera più deprimente del pianeta e nel contempo l’insostenibilità del vivere con troppa coscienza.

Poi, c’è chi, magari, dopo aver letto Il corpo accusa il colpo di Bessel van der Kolk, capisce che la stanchezza cronica non è una colpa, ma una memoria antica che il corpo ha conservato.

Sono libri, è vero. Ma diventano qualcosa di più: stazioni di sosta, stanze segrete dove fermarsi a sentire senza dover spiegare nulla.

Molti, poi, scrivono. Senza sapere da dove cominciare. Lettere mai spedite, diari mai riletti, liste di parole che non riescono più a dire a voce.

La scrittura terapeutica non chiede bellezza. Chiede verità. Anche mezza frase può bastare, una parola appena graffiata su un foglio.

Nei laboratori di scrittura emozionale si parte da piccole tracce: “Racconta un addio mai avvenuto”, “Scrivi le cose che avresti voluto sentirti dire”. E qualcosa succede. Non per magia, ma perché la condivisione dell’umano è ancora possibile, anche in mezzo alla fatica.

A chi attraversa la malattia, un cancro, un intervento, la paura del dopo, suggerisco spesso libri che non spiegano, ma che sanno condividere.

Come L’anno del pensiero magico di Joan Didion, che affronta la perdita e la sospensione con una lucidità che non consola ma accompagna.

Oppure, Ogni parola che sapevo di Andrea Vianello, dove la perdita del linguaggio dopo un ictus diventa una lenta, paziente risalita verso se stessi.

E, ancora, La fine è il mio inizio di Tiziano Terzani, da leggere anche solo per respirare la possibilità di guardare tutto e oltre tutto, anche la morte, con uno sguardo largo, oltre la fine del corpo.

Non c’è un libro giusto per tutti, esiste spesso un libro giusto per quel momento, e trovarlo può voler dire ricominciare a sentire.

A chi vuole iniziare, ma non sa da dove partire, propongo i libri sull’arte-terapia di Edith Kramer e i saggi di James Pennebaker che offrono un metodo semplice, sincero, senza fronzoli, per iniziare a far parlare la nostra parte ferita, quella che mettiamo a tacere.

Ci sono libri che fanno luce, senza far male agli occhi. E ci sono parole che danno forza, come quelle di Etty Hillesum, che scriveva dal buio di un campo di concentramento, eppure con una forza disarmante, riusciva a dire: “La vita è bella, anche quando fa male.”

Non aspettatevi miracoli. Ma se vi capita di leggere una frase che vi resta addosso per giorni, o di scrivere una pagina che vi lascia senza fiato, forse siete entrati in quel territorio sacro e silenzioso dove le parole fanno il loro lavoro più antico: tenerci vivi.