Rivista bimestrale di cultura e costume Registrazione presso il Tribunale di Roma nr. 170/2012 dell'11/06/2012

Donne e visioni

 

 

di Lizia Dagostino

 

La cultura ammalata di paranoia, come anch’io affermo, seguendo lo psicoanalista Luigi Zoja, ha bisogno di guide, di produzioni simboliche e di ogni riflessione pubblicata sulla rivista La stanza di Virginia.

Ho apprezzato il film Fuori del regista Martone che rievoca un breve periodo della vita di Goliarda Sapienza, l’intellettuale del Novecento, libera e anarchica, l’autrice de L’arte della gioia, bestseller internazionale riconosciuto come capolavoro solo dopo la sua morte. E ho recuperato nella mia libreria il testo luminoso di Maria Rosa Cutrufelli sulla vita di Maria Giudice, madre di Goliarda Sapienza.

Approfondire la vita di Goliarda, conoscendo il pensiero e l’azione di sua madre, riduce la sensazione di confusione, di mescolamento e di frammentazione durante la visione del film, favorendone la ragione profonda, la cifra della narrazione: il mondo di fuori e il mondo di dentro, senza contaminazioni fra le persone, risultano, in fondo, solo grandi galere giudicanti e mortifere. Nel film, le protagoniste e gli scenari appaiono e scompaiono, si allontanano e si ritrovano, con un ritmo, paradossalmente, vivace, veloce e, allo stesso tempo, lento, profondo.

Attraverso la lettura del testo Maria Giudice e la visione del film, riusciamo in un’analisi puntuale e di senso rispetto ai cambiamenti storici di due secoli, per capire l’origine di questa nostra umanità oscura e allo sbando, socialmente e politicamente.

Il libro, oltre lo studio e la ricerca della scrittrice, prende forma attraverso le conversazioni fra nove amiche diverse di un gruppo di scrittura che, negli anni ’90, si incontrano per quattro anni, due volte al mese; fra le altre, Clara Sereni, Elena Gianini Belotti, Simona Weller, Goliarda Sapienza e, appunto, Maria Rosa Cutrufelli.

La vita da viandante di Maria Giudice trascorre fra le letture e le discussioni, fra l’azione politica e la rivolta, fra il carcere e l’amore, scegliendo unioni sempre libere. Infatti, Maria detesta il matrimonio, la sottomissione al marito, non accetta la rinuncia al dissenso e alla rivoluzione. Per lei, la patria è il mondo, la casa è la relazione di fiducia e di amore. Convive, prima, con Franco Civardi, un agricoltore anarchico vicino al socialismo e, dopo, con Peppino Sapienza, l’avvocato antifascista dei poveri, padre di Goliarda, il quale, nel ‘47, diviene membro dell’Assemblea Costituente della Repubblica italiana.

Nei primi del Novecento, Maria scrive a favore delle donne e del diritto al voto, si schiera con le operaie tessili, le contadine, i disoccupati, assieme a Filippo Turati, Anna Kuliscioff, Umberto Terracini, missionari del socialismo per andare verso il popolo, promuovere il dibattito pubblico, debellare l’analfabetismo. In quegli anni, l’inesistenza e l’inconsistenza educativa alimenta la concezione violenta dei rapporti sociali e familiari, vissuti fra sudditanza e dominanza.

Per Maria Giudice, la politica rappresenta una visione di mondo, un metodo di lavoro, uno strumento di giustizia sociale. Attraverso i numerosi giornali che dirige, in tempi diversi, con autorità, protesta contro la guerra: “A cosa serve la patria”, aveva gridato da un palco, “se non offre a tutti le stesse opportunità? E a cosa serve la guerra se non a soddisfare gli interessi del capitalismo? Per la civiltà nulla, per la morte e la barbarie tutto. E chi sarà a pagare? Il proletariato” (pag. 69).

Nel suo percorso esistenziale, incontra Lenin e sua moglie, Nadežda Krupskaja, Leon Trotsky, Angelica Balabanoff, esule russa inquieta che la ospita da rifugiata in Svizzera. Maria incrocia anche un “(…) giovanissimo macilento e affamato Mussolini, insopportabile,” racconta “per il vittimismo, il turpiloquio e la tendenza a rivendicare solo per invidia e non per giustizia sociale, ossessionato da un senso di inferiorità che lo rende capriccioso e dispotico: ce ne accorgeremo tardi!” (pag. 50).

Spesso, molte donne e gli stessi uomini del partito non la accettano, non la aiutano, la relegano senza diritto di parola e di azione, pur arrivando, con il tempo e la fatica, a riconoscerle il ruolo di propagandista della dirigenza socialista, in terra siciliana. Maria Giudice capisce allora ciò che oggi non è ancora chiaro: il sesso biologico, l’essere donna, non assicura affatto il valore dell’idea e della proposta politica, le donne agiscono contro sé stesse e contro le altre. Attira antipatie e piccole vendette, accorgendosi che i maschi non possono lavorare al fallimento del loro dominio e i borghesi non possono rinunciare ai loro privilegi. Allora, invita alla lotta le compagne, dice, in nome dei nostri dolori.

Maria crede alla maternità; infatti, genera dieci figli e figlie, e crede, con lo stesso ardore, al valore della militanza politica. È una tenace sindacalista socialista quando chiede al giovane giornalista Antonio Gramsci di accudire i suoi bambini mentre dimora in prigione. Arrestata continuamente, irride il sistema, capovolgendolo e trovando l’ambiente dentro il carcere più libero e autentico di quello fuori, attraverso le relazioni, gli scambi, l’intimità non patita con le compagne di cella, vissuta, invece, come alleanza e reciprocità.

A 48 anni, Maria mette al mondo, mette nel suo mondo, Goliarda che racconta dei genitori in un’intervista del ‘94: “(…) avendomi levato Dio, mi hanno dato l’arte, il teatro, il marxismo, il loro marxismo primario e rigoroso; non volevano combattere Dio, ma la burocrazia e le ruberie del papato (…)”.

Molti anni dopo la sua morte, avvenuta nel 1953, riconosciamo come Maria sia rappresentativa di tutte le donne del Novecento e del Duemila. Costruire la memoria, fare la storia, rendere testimonianza di sé, rappresenta una gestualità politica efficace e dirompente.

Anche Goliarda eredita la forza della rivoluzione e del dissenso, butta all’aria il salotto buono di intellettuali impostati, accademici e ipocriti del suo tempo; apprende a sovvertire l’ordine delle cose, solo apparentemente naturale, sparigliando le vie, seguendo le intuizioni culturali e artistiche. È la politica delle donne.

Maria Giudice è convinta che la libertà non coincida solo con la richiesta di maggiori diritti civili. Il messaggio preannuncia il femminismo degli anni ’70, anche se per Maria le femministe puzzano di filantropia lontano un miglio: la libertà, oltre che giuridica, è politica, si raggiunge collettivamente e si misura con la relazione.

Più che mai oggi, siamo impegnati nella ricerca e nella creazione di una libertà non individualistica, non centrata sulla rivendicazione personale, bensì una libertà relazionale, basata sul riconoscimento della comunità, del diritto non individuale, ma della intera collettività. Vogliamo intendere la libertà non come astrazione, ma come un processo, come un lavoro permanente di liberazione e di resistenza.

Insistiamo anche sull’istruzione psicologica, riferendoci alla necessità di un’analisi della propria esperienza esistenziale, del contesto relazionale, delle situazioni storiche. Nutriamo la capacità di riconoscere e di distinguere le interazioni sane, anche se faticose, allontanandoci dagli inutili giochi psicologici che mortificano e intralciano il cammino verso la vita comunitaria.

Ricordando queste due donne, figlia e madre, siamo qui, a goderci il film Fuori e la recitazione convincente delle attrici, Valeria Golino, Matilda De Angelis, Elodie. Ci siamo, a resistere, a spronare ancora, a promuovere una diversa visione antropologica, a raccomandare di leggere, di pensare e di condividere. Il benessere non può limitarsi a una sopravvivenza decorosa per sé stessi, a quattro chiacchiere decenti intorno alla salute e all’alimentazione, a disquisire americaneggiando, in gruppi di lavoro che mai generano azioni del gruppo e mai diventano comunità.

Crediamoci, alla visione di giustizia sociale, all’orientamento del benessere privato che deve incontrare l’aspetto pubblico e quello politico. L’indagine interiore, la riflessione psicologica, le opzioni diverse di lettura della realtà possono facilitare la coscienza di sé, la conoscenza del passato, la trasformazione del mondo che ci appassiona.