di Lizia Dagostino
L’interdipendenza tra donne è la via
verso una libertà che permette all’Io di essere,
non allo scopo di venire usato, ma di essere creativo.
Questa è la differenza tra l’essere passivo e l’esistere attivo.
Audre Lorde
La riflessione sul lavoro e, in particolare, sul lavoro femminile origina dalle conversazioni nel mio studio o nelle aziende, e dalle voci che risuonano dentro, durante l’ascolto e la lettura. Questo scritto è una premessa, una sintesi rispetto alle argomentazioni ampie intorno alle categorie mentali e alle pratiche quotidiane delle attività lavorative.
Perché lavorare non ci piace più e ci fa ammalare?
Mi occupo da quarant’anni di psicologia, di relazioni nelle organizzazioni e considero come la professione, nei primi due decenni, abbia contribuito a costruire un essere umano appetibile per un mondo del lavoro sempre più competitivo e orientato alla flessibilità senza stabilità. Insomma, il lavoro psicologico è stato utilizzato come strumento di produzione, per essere all’altezza delle istanze di un mercato famelico a cui adattare i sentimenti, i pensieri e i comportamenti.
Ogni settore lavorativo ha il suo beneficio e il suo inganno. Vogliamo mantenerci vive e umane, sapendo che le trasformazioni sono in corso, silenziose e tenaci. Avvertiamo la necessità di ritrovare e di ridefinire le ragioni del lavoro nella personale esperienza esistenziale. Ridecidere le convinzioni e le modalità diviene un’azione di resistenza che può ridare senso al lavoro e alla stessa vita.
Sopravviviamo ammalandoci per guadagnare, per avere successo, per fare carriera; ci trasformiamo in giocatori d’azzardo che rilanciano quando perdono e non godono più. Viziati in un mondo di offerte in abbondanza, rimaniamo con l’angoscia di morte addosso, a cercare una ratio nelle sciagure climatiche, economiche, psicologiche. Siamo stretti nella logica binaria della giocata, del vincere o perdere, dell’idea fissa che uno solo ce la fa e che gli altri, automaticamente, sono perdenti.
Avviamo il cambiamento riconoscendo le possibilità di costruirci vincenti intorno a noi stessi e non, unicamente, a servizio del potere sociale. Il lavoro finisce per esprimere l’imposizione dell’ordine maschile normalizzato e naturalizzato dalla subcultura dell’intero contesto. Durante le conversazioni, registro il piacere morboso di oggettivarsi, di soccombere a favore dell’immortalità promessa, imprigionati in azioni ossessivo-compulsive. L’atto ripetitivo condanna l’essere umano nell’immobilità dell’eterno presente, nell’ansia costante di riuscire a piegare la realtà, nel pensiero magico di essere predestinato all’evento eccezionale e fortunoso che, però, non arriva mai.
Lavorare ci riporta, ormai, alla condizione sciagurata della schiava, dico anche per gli uomini, che cerca di riabilitare la propria esistenza, considerata poca cosa, usandola in totale devozione a favore del dominatore. Circondati come siamo dalle guerre, il lavorismo, inteso come la tensione verso la performance, appare ancora più stupido e letale: a capo chino, disposti a compiacere e a ubbidire senza discutere, a offrire il sacrificio integrale di noi a favore dell’esiguo gruppo di potenti eletti. Il mondo del business che può diventare umano è un ossimoro, è un bluff, e continuare a provarci non rende più degna la vita.
La crisi della stessa idea di lavoro è ideologica, psicologica, intellettuale, esistenziale. Non c’è nulla che riguardi una persona che non riguardi la collettività intera, non ci sono problemi personali che non coinvolgano la stessa visione imperante del lavoro. Ci tocca ripensare il catechismo manageriale dei sistemi premianti e sanzionatori, dell’empowerment, della collaboratività forzosa, del clima familiare e ipocrito.
Lo sviluppo psicologico non prevede di guardare il bicchiere mezzo pieno e di complimentarci fra simili, belli e bravi, ma chiede di guardare il buio in cui siamo precipitati, di riconoscerlo, di affondare in esso, di apprendere a leggere e a mettere in comune le letture. La logica della relazione, non la logica del potere, chiede anche il dono, lo scambio, il guadagno comune, la fiducia collettiva, la prospettiva della giustizia sociale.
Lo Stato fallisce la funzione di mediare, di supervisionare il patto sociale fra il capitale e il lavoro, e siamo sempre più perduti in rapporti disorganizzati e di dominio. A molte persone non resta che soccombere all’interno dell’azienda, sotto il peso delle leggi imposte dalla struttura oppure soccombere uscendo dal sistema e morendo di fame.
L’Italia è ultima per l’occupazione femminile, e il dato rimane costante e strutturale. Il sistema colpevolizza chi si ammala a causa del lavoro, giudicando quella persona come fragile, incapace di superare, in tempi brevi, lo stress, l’esaurimento nervoso, la depressione. Evidenzio gli atteggiamenti accidiosi, il disimpegno e la disaffezione, le oppressioni e le fissazioni che nutrono i sintomi del burnout.
I lavoratori e le lavoratrici, per fortuna, non ce la fanno più a mantenere la mentalità multitasking, sempre sul pezzo, a eseguire più compiti contemporaneamente, a correre fra la casa e l’azienda: la vita trascorre, senza desiderio, senza godimento di alcun tempo e di alcuno spazio per sè. Durante gli incontri, chiedo cosa hanno nella cassetta del pronto soccorso per riprendere l’energia e la risposta è nel respiro di sconforto spezzato a metà.
Ipotizzo sia possibile utilizzare i sentimenti sgradevoli e i sintomi come energia per parlare, per condividere, per incidere a livello strutturale e prioritario, evitando l’isolamento, reale patologia nella società odierna. Non è più il lavoro a dare l’identità, a rivelare chi siamo e cosa valiamo. Ci tocca trovare nelle ombre di noi stessi le vie per la realizzazione personale. Un lavoro qualunque può servire a pagare le bollette, non è obbligatorio che ci renda gioiosi e soddisfatti.
I sistemi aziendali prostitutivi tendono a rendere docili i dipendenti. Penso ai lavoratori del clic, anonimi, sottopagati, fragili, ricattati dall’efficienza. Non è vero che chiunque può diventare ciò che vuole, se si sforza con volontà e se si impegna ad assomigliare al modello performante. I sintomi manifestati – la frustrazione, la tristezza, l’ansia – non sono una casualità e segnalano l’orientamento culturale basato sul profitto di pochi, a depredare le anime.
Il lavoro che pensavamo fosse un concetto universale si è rivelato come il prodotto del pensiero unico maschile, etero, bianco e coloniale. Il mondo cannibalizzato e reso inumano deve essere un problema anche per le persone che si ritengono vincenti, riuscite, appagate perché le conseguenze impattano anche con la loro vita e non la rendono un posto armonioso. Quindi ripensare la logica e le pratiche del lavoro richiama la responsabilità e la forza di tutti.
Conveniamo che una persona è disoccupata quando non ha un lavoro, ma si impegna attivamente a cercarlo. È, invece, inattiva quando non ha un lavoro e smette di cercarlo, perché avvilita, depressa, scoraggiata. Mantenere il lavoro né sicuro né tutelato è la forma di dominio più diffusa che alimenta la paura. A questo punto della nostra storia, è fondamentale legare la giustizia ambientale con la giustizia sociale, analizzare le questioni ambientali con le ragioni dei viventi, le disuguaglianze, le ricadute sociali, politiche, economiche.
Purtroppo, abbiamo smesso di realizzare le politiche pubbliche che garantiscono da Costituzione il patto sociale rispetto ai diritti, alla parità, all’accesso ai servizi. L’umanità inumana è intossicata dalle narrazioni che costruiscono i nemici, le guerre, le esclusioni e che devastano il tessuto sociale e comunitario. Dunque, lo scenario di frammentazione del lavoro diviene il segnale di precarietà di ogni singola esistenza. E i modi di pensare differenti girano quasi in clandestinità, per non rischiare di uscire dal cerchio immaginario dei possibili salvati.
Quitters sono le donne che rinunciano e si dimettono da lavoratrici in contesti lavorativi infelici, vessatori, abusanti. La scelta di mantenere la qualità della salute fisica e psichica, spesso, comporta l’allontanamento volontario dall’attività lavorativa.
Il termine quiet quitting si riferisce alle dimissioni silenziose: il dipendente non si dimette ufficialmente dal proprio ruolo, ma riduce volontariamente il proprio impegno lavorativo al minimo necessario. Il lavoratore è demotivato: anche senza alternative sicure e piani B, non è più indissolubilmente legato al lavoro e continua a svolgere le attività essenziali previste dal contratto senza investire ulteriore energia o tempo in compiti non strettamente obbligatori. Capisce che lavorare non conviene, calcolando i costi e i benefici, e giudica falsa la possibilità, lavorando su di sé con la psicologa, di valorizzare il fallimento per ricominciare altrove – dove, poi?
La vita passa; il cambiamento e l’innovazione appaiono le cause dell’esaurimento nervoso, non le soluzioni. Nella concezione pugilistica della vita lavorativa, paradossalmente, odiamo il lavoro, ma non possiamo vivere senza di esso e così finiamo per risultare insopportabili a noi stessi. La prospettiva psicologica può essere utile a sviluppare la capacità di pensarci al di là del problema economico.
Il lavoro di liberazione, anche dalla sintomatologia, è doloroso, lungo, e lo stato di malessere permane manifestando la colpa, l’impotenza, l’insensatezza della scelta iniziale del lavoro, pure fatta con passione e convinzione. È indispensabile imparare a valutare la dimensione spirituale e psichica del lavoro, oltre quella economica e scientifica.
Invocare la working class, spesso, non significa affatto incrociare la classe, il genere, la razza; la conseguenza è l’astrazione, la generalizzazione, senza l’incontro, senza fare i conti con le persone e con le loro storie. La mobilità economica si esprime verso il basso, non verso l’altro e, così, andiamo verso la divisione netta fra la super-élite e la sottoclasse di miserabili. È difficile parlare dei diritti delle persone perché il segmento demografico più a destra, il maschio bianco, intende i diritti umani come un lusso, alimentando il risentimento, la rivendicazione, l’odio.
Abbiamo capito di essere immersi in un sistema sociale gerarchico basato sulla competizione, sul successo, sul dominio del denaro. L’ossessione per la valutazione, per l’autostima, per il benessere è sempre proposta rispetto a una scienza economica monolitica e compatta, la quale prevede l’interesse personale come il fine assoluto di ogni azione. L’espressione autentica di sé è considerata antieconomica.
Attraverso il lavoro psicologico, ogni persona può assomigliare, semplicemente, a sé stessa, al proprio nucleo esistenziale. Siamo eccedenti rispetto al riduzionismo economicistico e ci ammaliamo se veniamo ridotti alla razionalità mercantile, in un approccio sempre difensivo e pessimistico. Molti esseri umani sono tenuti in ostaggio da promesse seduttive e investono l’intelletto, il cuore, la salute, il tempo aspettando le gratifiche, le promozioni, i riconoscimenti che non arrivano mai.
Decidere di fare causa comune con le altre persone consente al vecchio patriarca giovanilista, almeno, di non vincere a mani basse. L’alleanza relazionale è potente e autorevole. La vita aziendale può essere riparata e reindirizzata verso una visione e una pratica di sostenibilità psicologica e spirituale. Nelle analisi dell’organizzazione il rigore matematico e analitico si affianca alla considerazione degli aspetti antropologici che diventano la chiave interpretativa della trasformazione.
Il lavoro come una conquista civile, oltre ogni retorica e propaganda, insegna la libertà di ogni essere umano nella solidarietà, la possibilità di scelta, convinti come siamo che la povertà, l’esclusione, la devianza, la marginalità non sono mai scelte volontarie.
Possiamo avviare un ripensamento radicale, possiamo creare aziende non sottomesse alle leggi capitalistiche e alla mercificazione delle persone. Il posto di lavoro è un luogo di relazioni sociali e non solo strumentali e mercantili, in cui potersi fidare e affidare, in cui è possibile far circolare le esperienze e i saperi, in cui affinare i talenti e seguire le intuizioni. Oltre l’ortodossia dell’aspetto economico, è nelle periferie della ricerca psicologica, la nuova possibilità di vita frammentata, certo, ma plurale.
La proposta può essere non quella illusoria di cambiare il mondo, ma di costruire una realtà differente e comunitaria lì dove siamo, di nutrire quotidianamente le relazioni fra le persone che si vanno incontro e che si aiutano. È possibile riuscire a trasformare l’isolamento in parole e il linguaggio nuovo fra pochi in azioni di resistenza comunitaria.
La dimensione psicologica relazionale non si insegna, si sperimenta assieme; parte da un credo antropologico, da una mappa ampia della persona. È come far bene l’amore: si agisce, si vive, si custodisce, non si prepara a tavolino, non si racconta. Concentrarci su noi stessi funziona solo se abbiamo a cuore la comunità e se diveniamo autocentrati e non autocentrici. La coscienza autocentrata significa evolvere partendo da sé verso il prossimo, verso la cultura dell’alterità.
La psicologia risulta un’arte futile se non tiene conto di ogni persona inserita in un contesto culturale, economico e politico. Come nel movimento operaio del XIX secolo, riscopriamo la cooperazione fra i contrattisti indipendenti, fra le persone che si associano liberamente e decidono il tempo, lo spazio, il rapporto nuovo con il lavoro, ritrovando l’anima e il rispetto di sé.
L’impegno è a costruire assieme una idea e una pratica per rifondare la società, eliminando la divisione sociale e sessuale del lavoro, eliminando i sintomi nevrotici, le depressioni, l’angoscia di morte. Immaginiamo una istituzione collettiva basata sulla solidarietà, sulla giustizia sociale in cui non si conquista e non si perde un lavoro come se si conquistasse e se si perdesse l’intera persona umana.
La distanza critica rispetto alle attività lavorative ci consente di notare come i lavoratori meno retribuiti siano, al contrario, quelli essenziali: per esempio, i docenti, gli psicologi, gli operatori socio-sanitari, i badanti. Desideriamo invertire la rotta per ridare valore al lavoro sociale: la scuola, la cura, la sanità, l’assistenza, la prevenzione, l’accoglienza, l’igiene mentale.
I libri non svolgono solo una funzione consolatoria e di superficie; essi costruiscono la base del pensiero critico e libero. Nella comunità di ricerca, la bibliografia, in questo caso, è più che mai necessaria, anche se parziale. Ogni testo richiede lo studio, la comprensione, il coinvolgimento per cercare ancora, per non smettere di pensare, per non accontentarci del paradigma dominante:
- Coin, Francesca. Le grandi dimissioni, Torino, Einaudi, 2023.
- Colamedici, Andrea; Gancitano, Maura, Ma chi me lo fa fare, Milano, HarperCollins, 2023.
- Lusenti, Natascha. Il coraggio di contare, Milano, il Saggiatore, 2024.
- Morniroli, Andrea; Scancarello, Gea. Non facciamo del bene, Roma, Donzelli, 2025.
- Salvetti, Dario; Gea Scancarello. Questo lavoro non è vita, Milano, RCS MediaGroup S.p.A., 2024.
- Soave, Irene. Lo statuto delle lavoratrici, Firenze, Bompiani, 2024.
- Venturini, Caterina. Il vostro silenzio non vi proteggerà. Una storia di Audre Lorde, Milano, Solferino, 2025.
Le cose potrebbero andare peggio,
ma questo non vuol dire non lottare.
Questo vuol dire che potrebbe non essere facile
Audre Lorde

