Rivista bimestrale di cultura e costume Registrazione presso il Tribunale di Roma nr. 170/2012 dell'11/06/2012

Gaza, vittima delle (ex) vittime

di Francesca Pacini

 La questione palestinese  non riguarda solo la geopolitica. C’è una dimensione psicologica, traumatica,  che non va sottovalutata. Specie se diventa alibi e strumentalizzazione per un massacro in cui vittime e carnefici si scambiano i ruoli.

di Francesca Pacini

Gaza ci riguarda.  Riguarda la nostra stessa umanità, il suo senso e il suo significato su questa terra.

Dobbiamo  incidere nella Storia il segno preciso di una consapevolezza individuale e collettiva. E di una decisione, di uno schieramento necessario perché non è più possibile restare neutrali davanti al massacro dei palestinesi. Non è un problema politico. Ha a che fare con la nostra coscienza.

Siamo a un bivio pericoloso, un bivio in cui dobbiamo  scegliere da che parte stare. Da una parte c’è la direzione di un mondo mostruoso, abitato da individui acefali, schiavi  manipolazioni di governi disumani e algoritmi che sostituiscono il pensiero (Digito dunque sono, Cartesio di questo millennio).

Dall’altra parte esiste una strada impervia, strettissima, in cui gli esseri umani prendono atto delle sorti “magnifiche e regressive” facendo inversione di rotta per recuperare i pezzi di cuore e cervello sparpagliati durante il percorso, svegliandosi dal torpore che avvolge il sonno della ragione di governi e media.

E Gaza è il simbolo di questo bivio.

Gaza è “il compasso morale dell’umanità”, come ha denunciato il reverendo luterano Munther Isaac alla vigilia di Natale, un Natale  ipocritamente celebrato nel mondo mentre a Betlemme le luci si spegnevano su un pupazzo raffigurante un Gesù fra le macerie, avvolto da una kefiah.

Ma di Gaza, della Palestina, non si può parlare. Non si può scrivere. Pena la denuncia ridicola – e imbarazzante – di antisemitismo. Invece dobbiamo parlare, dobbiamo urlare davanti a questa mattanza.

Al di là del  pensiero di ognuno sulla vicenda israelo-palestinese che ha comunque portato al massacro di più di diecimila bambini (diecimila nel momento in cui scrivo, in seguito saranno purtroppo di più, molti di più, se il “cessate il fuoco” non interviene a fermare l’intento genocidario scambiato per difesa legittima), il presente trascina con sé ombre del passato mai  risolte.

A Gaza non muoiono solo donne, bambini, uomini indifesi. A Gaza muore anche il mito della nostra (presunta ) democrazia occidentale con la sua giustizia, la legalityà,  il rispetto dei diritti umani. A Gaza sta morendo anche la nostra civiltà.

Siamo in un mondo capovolto in cui le vittime vengono additate come persecutori in un gioco di maschere e manipolazioni.

Dobbiamo comunque domandarci perché mai una difesa dovrebbe essere legittima a fronte di un’occupazione illegittima. Se non si occupa, se non si invade, non serve nemmeno difendersi. Ẻ logico, perfino banale.

Non voglio avventurarmi, ora, su questo terreno. Vorrei ragionare su altro.

La Terra Santa non è solo un luogo geopolitico, è anche un simbolo. È il simbolo dell’ombra collettiva dell’umanità intera, un’ombra che mai prima d’ora è emersa in modo così prepotente  dal sottosuolo per essere vista, ben vista, da ciascuno di noi,  e da tutti.

Quest’ombra si sviluppa su tre dimensioni. La prima riguarda questioni storiche legate alla colonizzazione, ai poteri, alle conquiste di terre, ai nazionalismi a cui si mescolano i poteri economici.  Per fortuna ci sono ancora penne e cuori coraggiosi come quello di Alessandro Orsini e di Alessandro Di Battista che non si lasciano intimidire, e che ne denunciano dinamiche e vizi. Per non parlare, a livello internazionale, di figure come Ilan Pappè, lo storico ebreo che ha il coraggio di squarciare l’apparato scenografico in cui, come in una sorta di Truman Show, si muove grottescamente lo Stato d’Israele per negare l’evidenza della realtà.

La seconda dimensione, su cui si dibatte un po’ meno,  è quella spirituale. La Terra Santa è segno e simbolo delle tre principali religioni monoteiste e della loro fragilità  dal punto di vista dell’evoluzione spirituale: ebraismo, cristianesimo e  islam hanno in un certo senso fallito se proprio in quella terra si è generata una situazione in cui è esplosa una delle guerre più atroci degli ultimi tempi (sempre che si voglia continuare a chiamare guerra lo sterminio programmatico di un’intera popolazione).

A che serve pregare tanto se non ci rende uomini e donne migliori?

Se la religione non viene davvero vissuta all’interno, nel centro del cuore, diventa allora motivo di potere, divisione, e si trasforma  in pretesto per massacri, vendette, odi, rancori.

Ma è sulla terza dimensione che vorrei  fermare   l’attenzione perché troppo spesso viene ignorata, o liquidata con troppa disinvoltura. Si tratta della dimensione psicologica del trauma, quella che riguarda un’intera nazione e la sua ferita irrisolta.

L’Olocausto è una cicatrice che deve chiudersi, e che soprattutto deve servire come ammonimento per non ripetere mai più, e ripeto mai più, il suo orrore. In nessun luogo del mondo.

Accade tuttavia che le vittime possano soccombere alla tentazione di trasformarsi nel loro carnefice, e questo diventa materiale prezioso per un’avanzata sionista che nulla a che vedere con l’ebraismo più autentico.

La psicologia, e in particolar modo la psicoanalisi, rappresentano  uno strumento prezioso per la comprensione del mondo. Abituano a scavare, a mettere in dubbio, a farsi domande. Domande ancora più importanti delle risposte.  E in questo caso diventa davvero difficile distinguere l’aspetto psicologico  dai fatti politici perché l’ombra dell’Olocausto avvolge gli eventi, impedendo alle ex  vittime di ieri  di accorgersi di replicare, oggi,  alcuni degli atteggiamenti più orribili e  sadici subiti dai persecutori di un tempo.

Al di là di ogni giudizio etico, morale, politico, è indubbio che l’Olocausto sia diventato un totem e allo stesso tempo un tabù, un qualcosa di intoccabile che però sta generando un vizio pesante nell’impossibilità di criticare Israele senza essere accusati di antisemitismo. E le voci della Palestina rischiano di somigliare alle voci di Eco, inascoltate, allontanate dalla coscienza di chi vuole continuare a dormire tranquillo mentre una popolazione inerme viene trucidata ogni giorno.

Purtroppo  i  palestinesi sono da sempre i figli di un Dio minore. Il Dio maggiore è quello  dell’indifferenza del resto del mondo, è il Dio dell’ingiustizia, dell’oppressione, del torto subito e mai risarcito. Il Dio della reclusione nella propria, stessa dimora. Il Dio dell’impunità e dell’intolleranza.

Il Dio di  un Occidente che tace davanti ai  pezzi di gambe, di braccia,  a feti abortiti, espulsi dal grembo di donne dal parto precoce in cui lo stress rompe a forza le acque. I corpi di chi fu, e non è più, si mescolano alla lotta quotidiana per sopravvivere – quando le bombe non uccidono – in mezzo alla mancanza di acqua, di cibo, di aiuti umanitari. La striscia di Gaza è ancora più esile, magra; la vita sembra ritirarsi, affollarsi in spazi sempre più ristretti per respirare in un cielo che si abbassa ogni giorno di più.

E mentre Gaza esiste, e resiste, dobbiamo domandarci perché non osiamo criticare le ex vittime della più grande tragedia umana di tutti i tempi. Non le critichiamo anche quando sbagliano, quando esagerano, quasi a dover pagare l’indifferenza di ieri con l’avallo e la difesa a oltranza, oggi,  di un Israele che con prepotenza viola leggi internazionali e diritti umanitari. E che mente, imbroglia, mischia le carte scambiando i ruoli da presentare al mondo intero, forte della sua impunità.

Questa menzogna non è cieca, ci vede benissimo perché portata avanti da occhi e bocche che fanno un sapiente, diabolico uso strumentale del trauma psicologico della popolazione e del suo destino di vittima agli occhi dell’Occidente.

 

Dovremmo riflettere sulla tragicità di un destino che ripete sé stesso scambiando i ruoli.

Lo ripeto, è un processo squisitamente psicologico, ma non possiamo parlare solo di politica e di oggettivazione storica dei fatti:  al suo fianco cammina, sotterranea, la dimensione ambigua, inconscia e irrazionale del trauma.

Siamo tutti soggetti alle leggi universali delle dinamiche psichiche. Nessuno escluso.

 

Ed è proprio in questo che si inciampa davanti alla Storia: la memoria del passato serve solo se aiuta il presente ad evitare ogni forma di replica. Se  le ex vittime  non fanno i conti con il loro trauma collettivo, ecco allora che – per una dinamica squisitamente psicologica  – il persecutore introiettato viene poi proiettato all’esterno, verso qualcuno che sarò vissuto come l’incarnazione di quel male di cui non ci  si è liberati. Ẻ proprio l’impossibilità di questa liberazione a rappresentare la scusa per l’assunzione inconscia del ruolo del carnefice con il quale si finisce per coincidere mentre la parte razionale, cosciente, continua a considerarsi la vittima.

Fu proprio Freud a farci entrare per primo nel sottosuolo abitato dai fantasmi dell’inconscio, fu lui a indicarne una chiave importante nella lettura della realtà, sia individuale che comunitaria, quella che ha poi ricevuto da Jung un contributo notevole nella scoperta, e nell’ elaborazione, degli archetipi che informano l’inconscio collettivo.

Il trauma segna il corpo e la psiche, ne ridisegna la percezione di sé stessi e del mondo.

I recenti  studi scientifici confermano il proseguimento della sua impronta funesta  anche  nelle generazioni successive che ne  portano il peso in ogni cellula, rimanendo prigioniere di un albero genealogico castrante che si oppone alla spinta vitale, creativa, condannando alla ripetizione – in sé stessi –  delle ferite vissute dagli avi.

Non a caso Bert Helliger scriveva “Siamo il sogno dei nostri antenati”. Ma questi stessi antenati possono  rappresentare il nostro incubo se non ci liberiamo dai vincoli di questa catena che ci lega al loro dolore.

Dunque un trauma non elaborato viene riproposto nel presente, condannando vittime innocenti a diventare lo sfogo di questa mancata elaborazione.

Lo sappiamo molto bene. Sappiamo come un’infanzia scandita da maltrattamenti possa trasformare il bambino innocente in un adulto persecutore, violento e perfino assassino.

E tuttavia non giustifichiamo nessun omicida, non lo scagioniamo in virtù del suo passato dolente.

Ma se condanniamo lo psicopatico la cui infanzia infelice ha portato a fare carne da macello  delle sfortunate donne che gli vivono accanto, allora non possiamo, e non dobbiamo, giustificare neanche un popolo intero quando si trova a ripetere la stessa dinamica di abusi subiti in un tempo lontano.

Ẻ su questa ferita che prospera l’aggressione sionista.

L’aver vissuto una violenza traumatica non può, non deve, diventare un alibi, una scusa per poter agire come se fossimo in credito eterno davanti alla vita.

Ẻ il dramma di molte vittime che continuano a vivere considerandosi perseguitate, senza vedere il male che abita dentro di loro.

No, non sto dicendo che il Bene sta da una parte (Palestina) e il Male dall’altra (Israele).

A far questo ci pensano già i governi e lo sciame di giornalisti che gli ronza intorno.

Sto dicendo, anzi scrivendo, che la negazione, da parte di Israele, della sua ombra  ha condotto verso la grottesca necessità di difendersi dal popolo di cui è diventato oppressore, proprio in virtù della falsa maschera di di legalità e  democrazia che ha indossato.

Chi è stato oppresso oggi opprime.

Chi è stato considerato una razza inferiore e relegato in un ghetto oggi pratica un modello razzista in cui impone agli altri i nuovi ghetti.

Chi è stato sterminato oggi stermina.

Se il Talmud recita “Chi salva una vita salva il mondo intero” allora “Chi uccide una vita uccide il mondo intero”.

L’’ombra del trauma passato serve quindi a giustificare le atrocità del presente, in un bizzarro, beffardo, capovolgimento dei ruoli.

Se non fanno un serio lavoro di ricostruzione interiore  le vittime finiscono con il somigliare ai loro carnefici. La letteratura psicologica e la criminologia sono piene di questi esempi.

In realtà è questa la sfida più grande per chi ha subito violenze. L’allontanamento dallo spettro del carnefice non deve poi riprodurlo all’interno di sé.

Sì, “la tragedia di essere vittime delle vittime”. Ẻ questa la terribile beffa che condanna il popolo palestinese.

E noi, noi come esseri umani abbiamo il dovere di prenderne atto.

L’Olocausto è stato qualcosa di terrificante, abominevole e disumano, è una macchia che peserà in eterno sulla storia dell’umanità, ma proprio per questo dobbiamo impedire che altri popoli vengano sterminati.

Chi ha studiato la fenomenologia del trauma, chi conosce bene i meccanismi che regolano la  psiche umana, non può e non deve tacere davanti al riconoscimento di un antico torto subito che cerca un risarcimento impossibile, oggi, nell’attacco e nella carneficina di un’altra popolazione.

I demoni del passato non si esorcizzano facendoli abitare dentro di noi mentre mostriamo a tutti  le ali dell’angelo.

Il male vissuto ai tempi orribili del nazismo non deve riversarsi nel mondo contemporaneo attraverso opere di proiezione, e di punizione.

Mi chiedo spesso perché non si osi parlarne abbastanza.

Probabilmente anche perché – se guardassimo con occhi aperti e liberi – scopriremmo che anche l’Occidente garantisce l’impunità a Israele per liberarsi della colpa (“finché  esiste la colpa esiste il rimorso”, scriveva la penna di Borges), quasi si trattasse di pretendere l’assoluzione attraverso l’uso di una benda sugli occhi, e sulla coscienza. Senza rendersi conto che un domani, come accadde ieri, sarà di nuovo responsabile ci ciò che ha permesso.

E tutti, tutti insieme, stiamo ripetendo una Storia che non abbiamo imparato.

La stirpe di Caino non ci abbandonerà mai finché non useremo e lezioni per evolverci, e progredire.

Se israele  non vede il Caino che gli vive dentro, la pretesa di essere Abele mostrerà la sua inconsistenza.

Un trauma non superato pesa  per tutta la vita.

E se a non superare un trauma è un popolo intero, allora questo trauma cadrà su ogni generazione futura.

La vittima ha quindi il dovere di liberarsi del passato e di tornare a vivere, senza spostare il suo odio in nessun luogo, né all’interno di sé, né tantomeno all’esterno.

Ce lo ha insegnato anche Etty Hillesum, che ad Auschwitz ha  trovato la morte ma che allo stesso tempo ha scritto pagine piene di amore per la vita, malgrado tutto. Un amore che mai si è trasformato in odio.

“Non sono i fatti a contare nella vita, conta solo ciò che grazie ai fatti si diventa”: le sue parole insegnano molto. Ed è proprio in virtù di quel passato di sangue e ingiustizie che il popolo d’Israele dovrebbe evitare di trasformarsi a sua volta in persecutore di civili innocenti.

La cultura ebraica merita molto di più di ciò che il sionismo colonialista propone.

Voglio citare un altro passaggio dei Diari di Etty Hillesum: “Ognuno di noi deve raccogliersi e distruggere in sé stesso ciò per cui ritiene di dover distruggere gli altri”. Lei, proprio lei, che è morta nel campo maledetto di Auschwitz, non ha mai avuto parole di odio, né di vendetta. Nei suoi scritti vibra soltanto la sua bellissima anima.

Lo Stato di Israele deve liberarsi dei condizionamenti del suo passato, usato oggi strumentalmente da una certa classe politica per giustificarsi davanti a sé stesso e agli occhi del mondo.

Non si tratta di antisemitismo, si tratta di schierarsi a favore dei diritti umani. Che appartengono a tutti. Palestinesi compresi.

Il buio non si combatte con il buio. Si combatte accedendo la luce. Ẻ così che le ombre scompaiono, è così che si ritirano.

La processazione del trauma all’interno della collettività – con il conseguente riconoscimento dell’ agghiacciante attuazione  del “fare agli altri ciò che è stato fatto a sé stessi” – inversione perversa di una legge innanzitutto morale, che coinvolge tutti, cristiani, ebrei, musulmani, laici, atei… – sarebbe un piccolo passo in avanti verso quella pace che oggi sembra impossibile.

E se la questione palestinese da sempre radicalizza, divide, è anche vero che bisogna cercare la complessità del reale, e non la sua versione di comodo, quella che negli ultimi tempi ha smantellato del tutto ciò che restava del giornalismo di un tempo.

E in questa complessità esistono le radici della storia, e le sue cause. E la consapevolezza dell’ambiguità celata dietro il modello dello  schieramento occidentale: Noi/il bene e gli Altri/il male.

Proprio nei paradigmi, nelle equazioni dettate dalla propaganda di comodo, la “ banalità del male” sembra trovare il suo punto di appoggio.

Se vogliamo avere coraggio, e sopportarne il peso (perché avere coraggio, oggi, significa contrastare  le aggressioni subite da chi si sottrae al pensiero unico che sta distruggendo la civiltà in cui siamo cresciuti)  dobbiamo riconoscere il dramma psicologico che si muove insieme alle armi israeliane.

Il dottor Gabor Matè,  di origine ebraico – ungherese (i nonni furono uccisi nei campi di concentramento) è un medico di fama internazionale, esperto di traumi , che non si stanca mai di denunciare la situazione psicologica in cui viveva  – già prima di questo massacro  – la popolazione palestinese.

In  passato è stato a Gaza, ha conosciuto le condizioni penose in cui vivono uomini, donne, bambini.I palestinesi non potranno mai soffrire di PTSD, cioè il Disturbo da stress post traumatico che segnò, ad esempio, i reduci del Vietnam,  perché per loro il trauma si rinnova ogni giorno.

Il trauma per i palestinesi non è mai “passato”. Esattamente come per gli ebrei. Ma per i primi si tratta di una condizione ripetuta ogni giorno, nella realtà, per i secondi di un passato che non passa e che viene  usato come scudo e scusa per mascherare le azioni di oggi.

Cosa resterà dunque  dei sopravvissuti di Gaza?

Resterà una nuova generazione segnata dal trauma, in una coazione a ripetere che non darà mai pace a quella terra.

E se la Terra Santa  è anche la terra della crudeltà, della strage, della prepotenza e della guerra, allora non hanno fallito solo le tre religioni principali e le diplomazie mondiali.

Ẻ il fallimento dell’umanità intera.

Ẻ il fallimento di tutti.